di Pierangelo Colombo

venerdì 8 marzo 2019

Premio Strega 2019 la sesta quartina dei proposti

Presentato il sesto gruppo delle proposte  degli “Amici della domenica “ per le candidature al Premio Strega 2019
Gli Amici potranno inviare le loro proposte entro le ore 12 di venerdì 7 marzo 2019, ecco la sesta quartina:


Federico Bonadonna Hostia -Round Robin Proposto da Maria Rosa Cutrufelli 


«Il romanzo di Federico Bonadonna, Hostia, racconta una Roma nascosta e spesso sconosciuta agli stessi romani, la sua periferia bella nonostante il degrado, la sua umanità sofferente. Lo fa con accenti a volte pasoliniani e usando in molte pagine un dialetto rude e colorito, mai però di maniera. Al centro del racconto c’è una bambina con la sua infanzia difficile, descritta con delicato realismo e profonda empatia. La conosciamo a poco a poco, soprattutto attraverso le parole dello psicologo che la cura. E che a sua volta ha bisogno di cure… Il romanzo di Bonadonna ruota attorno a storie di famiglie complicate, storie che s’intrecciano e si rispecchiano l’una nell’altra, pur mantenendo la loro diversità. Ci sono misteri, in queste storie. C’è un tocco di “noir” che prende il lettore o la lettrice: cosa c’è dietro il comportamento aggressivo della bambina? E cosa c’entra la politica con questa creatura infelice e marginale? Interrogativi che tengono con il fiato sospeso. Ma il vero fascino del romanzo sta nella descrizione della sofferenza intima dei personaggi, nell’analisi dei loro impulsi, nel racconto del loro modo di vivere e della società che li accoglie o li rifiuta. Un romanzo psicologico e al tempo stesso sociale.»
Federico Bonadonna ha lavorato vent’anni nel settore delle politiche sociali. Dal 2008 vive e lavora all’estero come antropologo. Dopo il Libano è stato in Siria, Etiopia e Senegal. Tra i suoi romanzi ricordiamo Il nome del barbone (DeriveApprodi, 2001), da cui Citto Maselli ha tratto il film Civico Zero, Occasioni mancate. Antropologia delle marginalità estreme e politiche sociali per gente degli interstizi (L'Orecchio di Van Gogh 2009), La cognizione del potere (Castelvecchi 2015) e Hostia. L'innocenza del male (Round Robin Editrice 2018).

Chiara Ingrao Migrante per sempre -Baldini  Castoldi Proposto da Luciana Castellina


«Negli ultimi tempi, nei più importanti festival cinematografici, si moltiplicano i film che i francesi definiscono Cinéma du réel. Altrettanto sta accadendo anche in letteratura, dove si diffonde un genere nuovo di narrativa, che non è puramente finzione, ma neppure semplice cronaca. Se il libro è bello, al piacere dell’intreccio romanzesco si aggiunge il gusto di scoprire che è una storia vera. Nei premi letterari degli ultimi anni, è proprio questa la novità. Questa premessa per spiegare che cos’è Migrante per sempre di Chiara Ingrao, che si apre con i passi nella notte di un clandestino mentre varca la frontiera di Ventimiglia: è il padre della protagonista, Lina, di cui l’autrice ha raccolto la storia. Lina è una bambina che nasce nella Sicilia contadina dei poverissimi anni ’50, il tempo dell’emigrazione massiccia verso l’Europa del Nord, dove anche lei sarà obbligata ad approdare ancora adolescente, strappata al suo paese, alla nonna, alla scuola e a un possibile, più felice avvenire. Nella Germania gelida e ostile si riacutizza il conflitto con una madre amata e odiata, che prima l’ha abbandonata per emigrare e ora le impone la durezza del lavoro in fabbrica, che spezza i sogni e rende difficile ridare senso e speranza alla propria esistenza. Ostinata e ribelle, Lina conquista poco per volta, attraverso incontri umani diversi e un’esperienza associativa, una nuova sicurezza, anche nel rapporto con gli uomini, che le fa vivere una stravagante ma durevole storia d’amore. È già madre e moglie quando torna in Italia. Ma proprio a questo punto scopre che ci si può sentire stranieri anche nel proprio paese, e che la determinazione a trovare la propria strada è un percorso lungo e impervio, nel lavoro, nella famiglia e nel rapporto con se stessa. Chiara Ingrao ci racconta la Sicilia, la Germania e Roma, mescolando i linguaggi e i tempi della vita, che ritrova una compiutezza nella sua linea spezzata: perché Lina resta siciliana, ma continua a portare dentro di sé l’eco di altre voci e altri mondi. Come le dice l’amica peruviana Rosario: «Non sono gli altri a trattarmi da straniera: sono io che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola».

Chiara Ingrao, nata nel 1949, è sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci, e tre nipoti. Attualmente è impegnata a tempo pieno come scrittrice e animatrice culturale, con particolare interesse per il lavoro nelle scuole. Le sue precedenti esperienze di lavoro sono molteplici, così come quelle politiche e sociali.
Dopo il coinvolgimento nel movimento studentesco del ’68, dal 1973 al 1978 è stata funzionaria a tempo pieno del sindacato metalmeccanici, e dal 1978 al 1980 dei chimici. A partire dagli anni ’70 ha anche partecipato attivamente al movimento femminista, e dal 1976 in poi è stata una delle promotrici dei nuovi coordinamenti donne del sindacato. Queste esperienze sono fonte del suo romanzo del 2009, Dita di dama.
Nel 1980 lascia il sindacato e inizia la sua attività professionale di traduttrice e interprete di conferenza, che continuerà fino al 2009. Dal 1980 al 1983 è stata anche programmista-regista dei programmi radiofonici per le donne, “Noi Voi Loro Donna” e “Ora D”, presso la RAI.
L’impegno nel movimento pacifista ha inizio negli anni ’80, nella stagione di lotte contro gli euromissili e nel coordinamento europeo “European Nuclear Disarmament”. Nel 1984 è tra le fondatrici del gruppo “10 marzo”, impegnato nella ricerca sul rapporto femminismo-pacifismo: il gruppo è uno dei primi promotori della collaborazione con le dissidenti dei paesi dell’allora Patto di Varsavia.
Dal 1987 al 1992 è portavoce nazionale dell’Associazione per la pace, insieme a Flavio Lotti. In questa veste, nel 1988 è stata una delle coordinatrici italiane degli incontri fra donne italiane, palestinesi e israeliane a Gerusalemme. Nel 1989, con Tom Benetollo, è uno dei quattro coordinatori europei dell’iniziativa per la pace in Medio Oriente, "1990: Time for Peace", che ha visto per la prima volta insieme pacifisti israeliani e palestinesi, insieme a più di 1000 europei, in decine di incontri e in una catena umana attorno alle mura di Gerusalemme. Nel 1990 è stata uno dei 6 pacifisti italiani la cui missione di pace a Baghdad ha ottenuto il rilascio di 70 ostaggi italiani, e in seguito si è impegnata attivamente nel movimento contro la guerra in Iraq. Queste esperienze sono raccontate nel libro Salaam Shalom – Diario da Gerusalemme, Baghdad e altri conflitti, scaricabile da questo sito.
Nel 1992 viene eletta in Parlamento, dove rimane fino al 1994 . In quegli anni si impegna anche attivamente nel movimento per la pace nei Balcani, ed è tra i promotori del Tavolo di Coordinamento istituito presso la Presidenza del Consiglio fra autorità governative, parlamentari, organismi internazionali e volontariato, per gestire gli aiuti alle popolazioni della ex-Jugoslavia. Proprio dalla “indicibilità” della guerra nei Balcani nasce la spinta a scrivere il suo primo romanzo, Il resto è silenzio, uscito nel 2007 e tradotto in bosniaco dal Centro per la pace di  Sarajevo, dove è stato presentato nel 2008.
Dal 1997 al 2001 è stata consulente internazionale del Dipartimento per le pari opportunità e membro del Comitato interministeriale per i diritti umani, rappresentando l’Italia in numerose sedi istituzionali e iniziative sui diritti delle donne, a livello sia delle Nazioni Unite che dell’Unione Europea.
Nel 2001-2002 ha curato per Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) un’antologia e un sito web sui diritti umani delle donne: http://dirittiumani.donne.aidos.it.
Negli anni seguenti prosegue l’impegno sul tema dei diritti umani, nel movimento delle donne e in quello contro il razzismo e per i diritti dei/delle migranti.
Nel 2003, dopo la morte della madre, Laura Lombardo Radice, inizia a raccoglierne gli scritti, e sorge il bisogno di raccontarne le vicende: ne nasce un libro, Soltanto una vita, ripubblicato nel 2016 con l'aggiunta di lettere inedite scritte da Pietro Ingrao alla futura moglie negli anni '40.
Nel 2014 il libro per ragazzi/e Habiba la Magica, storia di una bambina afro-italiana di Roma: il libro è giunto ormai alla sua sesta edizione, ed è divenuto strumento di educazione interculturale e alfabetizzazione emotiva per migliaia di ragazzi delle scuole di tutta Italia (vedi alla pagina "Scuole" di questo sito per saperne di più). Sempre per bambini e bambine, nel 2018, le filastrocche di Mal di paura, che mettono a confronto le più comuni paure dei bambini con quelle ben più pericolose degli adulti (le rapine, gli stranieri, le infezioni...)
Nel 2019 l'autrice torna alla narrativa per adulti, con una romanzo basato su una storia vera, che copre un arco di 50 anni, dall'Italia degli emigranti a quella degli immigrati: Migrante per sempre.

Veronica Tomassini Mazzarrona -Miraggi Proposto da Giovanni Pacchiano

«Nel romanzo di Veronica Tomassini, Mazzarrona, diversamente dall’attuale pullulare di una letteratura d’evasione, l’autrice racconta sul filo del ricordo, con nobile e profonda passione, governata peraltro da un sapiente controllo della scrittura, le vicende, ambientate nell’estrema e degradata periferia di Siracusa (una realtà di falansteri e baracche ed amianto), di un mondo di giovani emarginati e drogati con poca o nessuna speranza di sopravvivere. La sua protagonista, una ragazza piccolo-borghese estranea a quel mondo ma insieme emotivamente coinvolta, cerca lì invano un affetto e un amore stabili, ma il ricordo di quei momenti di candore e di strazio è destinato a rimanere per sempre.»
 

 Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo primo romanzo è Sangue di cane (Laurana, 2010).



Emanuele Altissimo Luce rubata al giorno -Bompiani Proposto da Roberto Ippolito 


«Le parole sono quelle giuste, non una di più. Le frasi sono pulite, ma idonee per trasmettere una forte intensità emotiva. La scrittura di Emanuele Altissimo, contemporaneamente agile e sostanziosa, fa scivolare il lettore tra il dolore e la follia, tra la capacità di affrontare la vita e l’incapacità dei protagonisti di “Luce rubata al giorno” di darle un senso. Il punto di partenza della sofferenza e quindi del racconto è subito chiaro: il doppio lutto di due fratelli di 13 e 21 anni, che hanno perso il padre e la madre in un incidente stradale e vivono con il nonno. Eppure non si sa mai cosa sta per accadere ovvero dove l’autore sta portando. Né ci si accorge che dietro la storia c’è l’autore, che firma la sua opera prima rivelatrice di un talento narrativo senza dubbio meritevole.»

 Emanuele Altissimo è nato nel 1987 a Torino, dove si è laureato con una tesi su David Foster Wallace e ha frequentato la Scuola Holden.
Ha cominciato a scrivere sull’Olivetti Lettera 22 del nonno e da allora non ha mai smesso. Al liceo divorava i libri di Wodehouse, ma non è mai diventato uno scrittore umoristico. Il suo romanzo d'esordio, Luce Rubata al Giorno, è uscito per Bompiani a gennaio 2019.

Buon 8 marzo

  La Giornata internazionale della donna serve per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo. Giornata dedicata alla riflessione e la condanna di qualsiasi tipo di violenza. Tematica su cui, pare assurdo doverne discutere essendo insensata la violenza in genere, non bisogna più accettare silenzi o indifferenze. La lotta contro ogni violenza perpetrata nei confronti delle donne non solo dovrebbe essere una priorità, ma anche un obbligo per l’intera umanità. Perché per essere tale, umana, una società non può sopportare oltre tale crimine. 
Giornata che auspica una riflessione che accompagni il rametto di mimose, così da non renderlo un simbolo sterile; dove non si sprechi l’opportunità di aprire un confronto non solo sulla violenza, ma anche sulle pari opportunità. Di modo che l’augurio diretto a una donna non sfiorisca il giorno successivo, costringendola a firmare delle dimissioni in bianco, nel caso di una gravidanza. Perché la maternità sia considerata come un diritto sacrosanto e inviolabile, piuttosto che una malattia. Perché a parità di lavoro, vi sia parità di salario. Perché nessuna donna debba più camminare per strada con il terrore d’essere molestata; per ribadire che non solo la violenza crea cicatrici, ma anche alcuni sguardi, o commenti, possono far male quanto uno schiaffo. Perché possano godere di pari dignità, non perché siano pari agli uomini, che Dio scampi loro questa sciagura, ma perché, in quanto donne, non hanno nulla da dimostrare. 
Auguriamoci di liberarci finalmente dagli stereotipi, perché non c’è ‘la’ donna, ma ci sono ‘le’ donne, ognuna differente dall’altra, con i propri sentimenti, il proprio vissuto, unico e irripetibile, il proprio bagaglio culturale e affettivo. Perché le donne sono un  universo e, per quanto possiamo sforzarci, non saremo mai in grado di esplorarlo per intero. Perché è sbagliato sostenere che il mondo sarebbe migliore se governato da sole donne, il mondo sarebbe migliore se governato da donne e uomini etici, guidati dal solo scopo di fare le cose migliori.
Da parte mia ho un desiderio che, auguro, si realizzi il prima possibile, che la festa dell’otto marzo  si trasformi in una ricorrenza di solo ricordo e non più auspicio.
E che non si senta più quell’orrenda espressione: “Una donna con le palle”, il mondo è stracolmo di palle e palloni gonfiati. Fate le donne, perché e di questo che abbiamo bisogno: di Donne.
           



Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai.
Oriana Fallaci

mercoledì 6 marzo 2019

Premio Strega 2019 la quinta quartina dei proposti

Presentato il quinto gruppo delle proposte  degli “Amici della domenica “ per le candidature al Premio Strega 2019
Gli Amici potranno inviare le loro proposte entro le ore 12 di venerdì 7 marzo 2019, ecco la quinta quartina:

Evelina Santangelo Da un altro mondo -Einaudi Proposto da Helena Janeczek

«Se fossi dietro una bancarella del mercato – cosa che non mi dispiacerebbe – direi «venite, leggete questo romanzo che in neanche duecentocinquanta pagine intreccia compiutamente quattro storie, anzi di più: contiene uno, due mondi!» L’Italia, l’Europa, il nostro tempo così difficile da raccontare, anche solo perché la frammentarietà delle esistenze sembra rendere quasi impossibile afferrarne una porzione che oltrepassi le mura di casa. Forse proprio per questo il nostro mondo è così ossessionato Da un altro mondo che sbarca sulle nostre coste e si adagia ai suoi margini in una dimensione parallela descritta da Zygmunt Bauman con «vite di scarto». Ed eccole «le vite di scarto» di questo romanzo. Il ragazzo Khaled, fuggito da una guerra in Medioriente, parte dal cuore d’Europa, Bruxelles, con un trolley rosso per attraversare un’Italia di capannoni abbandonati, fabbriche in nero, sotterranei. Nella direzione opposta si muove il maresciallo Vitale a cui tocca l’ingrato compito di indagare sul caso dei «Bambini Viventi», così battezzati dall’isteria collettiva e mediatica, le cui prime inquietanti apparizioni sono segnalate in una scuola del sud, a Palermo. Intanto, una madre belga cerca il figlio scomparso un giorno qualsiasi in cui lei svolgeva il proprio oscuro lavoro, puliva degli uffici nella capitale politica d’Europa. Visto che poliziotti e magistrati vagano nell’incertezza, arresi all’idea che possa essere stato risucchiato dalla galassia jihadista o da quella neonazista, entrambe attivissime in rete con parole d’ordine spaventosamente simili, Karolina non si dà per vinta. Comincia a cercarlo ovunque, da sola. Infine c’è Orso, un vecchio burbero solitario, che compie pure lui un «viaggio dell’eroe», anche se non si muove affatto dalla sua cascina al centro della pianura padana emiliana, perché l’imprevedibile lo coglie inaspettatamente tra le stesse mura di casa. Nel romanzo di Evelina Santangelo convivono dunque personaggi reali e personaggi inafferrabili, ossia veri e propri fantasmi. Una delle maggiori intuizioni del magistrale impianto sta nell’aver ridotto i gradi di separazione tra gli uni e gli altri. Cos’è un giovane neet finito chissà dove? Cosa diventa Karolina che perde l’unica amica e il lavoro per cercarlo? O Khaled che rimpiange un violento capocantiere chiamato «Padre Buono»? Cos’è il brutale Orso «di nome e di fatto» che diventa una minaccia per la sua stessa comunità? Questo è un romanzo che restituisce significato alle parole «compassione» e persino «carità», ma «buonista» non lo è per nulla. Per merito, innanzitutto, di una lingua tanto duttile quanto precisa, screziata di toni colloquiali, a tratti violenta, come è il mondo che esplora, mai tentata di schiacciare il pedale confortante del sentimentalismo. È un libro coraggioso, perché oggi occorre coraggio a voler conferire dignità agli «umili e offesi», vuoi che siano giunti da un altro mondo vuoi che appartengano al nostro. Consapevole del rischio, Evelina Santangelo cerca il sostegno dei maestri del racconto del reale e del fantastico – da Sciascia a Stephen King a Morante e altri ancora. Solo la letteratura, d’altronde, è in grado di rendere paure, desideri e tutto ciò che – pur invisibile – guida le nostre vite altrettanto reali del teatro in cui le vite stesse si svolgono. L’ultimo motivo per essere grati a questo libro è ritenerlo un’opera letteraria capace di reinventare le proprie possibilità e il proprio compito.»

 Evelina Santangelo si è laureata in Lettere Moderne presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo.
Ha collaborato con il quotidiano "L'Ora"
Ha frequentato corsi di linguistica e lingua inglese presso la Cornell University (Ithaca, New York).
A Torino ha studiato Tecniche della Narrazione.
Ha frequentato un corso avanzato di Creative Writing con la scrittrice Heléna Viramontes (Cornell University, Ithaca, New York).
In seguito ha lavorato come redattrice ed editor per la Narrative italiana e inglese presso la casa editrice Einaudi, la stesura dei racconti, l'insegnamento di Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden.

Roberto Pazzi Verso Sant’Elena -Bompiani Proposto da Roberto Barbolini


«Richiamandosi idealmente al suo folgorante esordio narrativo con Cercando l’imperatore, epica rievocazione degli ultimi giorni dello zar Nicola II, Pazzi focalizza qui il suo sguardo affabulante su un altro imperatore nel momento del declino: Napoleone prigioniero degli Inglesi sulla nave in rotta per Sant’Elena. E lo fa in maniera magistrale, mescolando romanzo storico e diario intimo, memento mori e fantasmagoria narrativa, con grande lucidità intellettuale e visionaria capacità di rivisitare momenti e figure della Storia. Nel tedio e nei malanni del viaggio, Napoleone rivive memorie e fantasmi della sua vita inimitabile: da Maria Luisa d’Austria a Metternich, da Talleyrand a maman Letizia Ramolino, da Paolina Borghese a papa Pio VII, una ridda di illustri ectoplasmi bussa alla porta della sua cabina. Sono figure nate dal ricordo, che come personaggi sfuggiti al loro autore via via prendono corpo e si trasformano in interlocutori in carne e ossa, rubandosi a vicenda il testimone in un’appassionata staffetta narrativa. «Non era finita, lui non credeva a quell’epilogo della sua storia, dopo Waterloo. Qualcosa di inaspettato sarebbe sopraggiunto»: nel condottiero sconfitto non si è spenta la sete di romanzesco che, giovanissimo, l’aveva spinto a tentare la strada delle lettere con il romanzo Clisson et Eugénie . E qui Pazzi ha l’intuizione davvero felice di resuscitare da quelle pagine giovanili il personaggio di Eugénie, come a dirci che la verità della letteratura sopravanza i clangori della Storia, dandocene la chiave di lettura più autentica e profonda. Eugénie che scrive sul quaderno di bordo è insieme l’appassionata deuteragonista di Napoleone scrittore mancato, e la controfigura narrativa dell’autore di Verso Sant’Elena. Nella Nuova enciclopedia Alberto Savinio osserva che «Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava: un letterato». Roberto Pazzi trasforma questo spunto in una profusa celebrazione di quell’indispensabile effetto-Sheherazade che fa della necessità di scrivere una questione di vita o di morte. Se neppure Napoleone riuscì a padroneggiare la Storia – è la sua riuscita scommessa – un vero scrittore può invece reinventarsi continuamente il destino padroneggiando una storia.»

Vive a Ferrara, dove insegna all’università e tiene annuali corsi di scrittura creativa, svolgendo un’intensa attività di conferenziere nei vari paesi del mondo dove è diffusa la sua opera.
Laureatosi in lettere classiche a Bologna con Luciano Anceschi e una tesi in estetica sulla poetica di Umberto Saba), ha insegnato nella scuola superiore e nell’università a Ferrara antropologia culturale e filosofia della storia e a Urbino sociologia dell’arte e della letteratura.
Tradotto in ventisei lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, catalano, portoghese, brasiliano, finlandese, danese, olandese, ceco, russo, rumeno, sloveno, giapponese, arabo, turco, greco, estone, lituano, polacco, slovacco, croato, serbo, bulgaro, albanese e coreano) ha esordito in poesia con una silloge apparsa sulla rivista Arte e poesia nel 1970, prefata da Vittorio Sereni.
Le sue raccolte di versi sono: L’esperienza anteriore (I dispari, 1973), Versi occidentali (Rebellato 1976), Il re, le parole (Lacaita, 1980), Calma di vento (Garzanti, premio internazionale E. Montale 1987, tradotto in francese nelle Editions de la Différence), Il filo delle bugie (Corbo, 1994), La gravità dei corpi (Palomar, 1998, tradotto in tedesco da Tropen e in turco da Estetik Us, premio Frascati, premio Calliope, premio Marineo), Talismani (Marietti 2003) e Felicità di perdersi (Barbera, 2013).
Il suo esordio narrativo avviene nel 1985 con Cercando l’Imperatore, prefato da Giovanni Raboni (Marietti 1985, Garzanti 1988, Tea 1997, Marietti 2004, premio Bergamo, premio Hemingway, premio Selezione Campiello 1985, tradotto in dodici lingue), “Storia di un reggimento russo disperso in Siberia, durante la Rivoluzione Russa, in cerca dell’Imperatore”, dalla critica concordemente collocato sulla linea fantastico-visionaria della nostra narrativa, quella meno frequentata nel Novecento italiano. Seguono poi alcuni romanzi dove la storia si fa pretesto di reinvenzione fantastica su una linea di pensiero antistoricistica: La principessa e il drago (Garzanti 1986, finalista premio Strega 1986, presentato da Giorgio Caproni e Giovanni Raboni, premio Rhegium Julii, premio Piombino), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, superpremio Grinzane Cavour 1990, ristampato da Baldini&Castoldi nel 1999, e da Sperling e Kupfer nel 2006), La stanza sull’acqua (Garzanti 1991, finalista premio Napoli, ristampato da Bompiani nel 2012).
Con Le città del dottor Malaguti (Garzanti 1993, premio Castiglioncello, premio Catanzaro) la narrativa di Pazzi, pur rimanendo di ispirazione visionaria, approda al presente, alla cronaca italiana di questi anni, alla città dove il narratore vive, Ferrara. Ecco allora i romanzi successivi, Incerti di viaggio (Longanesi 1996, premio Selezione Campiello, superpremio Penne-Mosca 1996), Domani sarò re (Longanesi 1997), La città volante (Baldini & Castoldi 1999, finalista al Premio Strega, presentato da Dario Fo e Sebastiano Vassalli, in ristampa da Frassinelli ), Conclave (Frassinelli, 2001, ristampato da Barbera nel 2012, premio Scanno, premio Comisso, Superpremio Flaiano, premio Stresa, premio Zerilli Marimò della New York University, premio Rapolano Terme, finalista premio Viareggio, finalista premio Bigiaretti, tradotto in Germania, negli USA, in Estonia, in Slovacchia, Francia, Spagna, Portogallo, Russia, Turchia, Polonia, Serbia, Brasile, Croazia e in corso di traduzione in Giappone, Lituania, Albania e Corea), L’erede (Frassinelli 2002, finalista premio Viareggio, premio Maria Cristina, tradotto in tedesco), Il signore degli occhi (Frassinelli 2004, tradotto in sloveno, premio Cala di Volpe), L’ombra del padre (Frassinelli 2005, tradotto in francese, premio Elsa Morante Isola di Procida), Qualcuno mi insegue (Frassinelli 2007), Le forbici di Solingen (Corbo 2007), Dopo primavera (Frassinelli, 2008), Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo 2010), D’amore non esistono peccati (Barbera 2012) e La trasparenza del buio (Bompiani, 2014).
Attualmente, dopo dodici anni di collaborazione esclusiva al Corriere della Sera, scrive in Italia sulle pagine culturali di diversi quotidiani italiani fra i quali Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e all’estero su The New York Times.
 

Sandro Gros-Pietro Fratello cattivo -Neos Edizioni Proposto da Corrado Calabrò


«In tempi in cui il fanatismo religioso giustifica nella coscienza degli autori i più efferati delitti col miraggio dell’al di là, rischiamo di dimenticarci di un altro dio immanente alla nostra società: il dio denaro. E’ lui, il dio Mammona, il vero dio cui obbediscono i comportamenti della maggior parte degli uomini e soprattutto degli uomini di successo. Absconditus deus, ma non per questo meno assoluto, costantemente presente nelle intenzioni e negli atti dei suoi ministri, che professano devotamente, ancorché non dichiaratamente, la loro totale dedizione a quell’unico dio; il resto è solo mascheramento della loro devozione. Il protagonista del romanzo di Sandro Gros Pietro, Fratello cattivo, butta via la maschera. Sostituisce risolutamente i Dieci Comandamenti con i Dieci Fondamenti della Ricchezza, divinità della quale si autoconsacra sacerdote e che gli fornisce un alibi per ogni misfatto, avendo come obiettivo l’al di qua.Il protagonista di questo romanzo, la sua storia, la sua dissimulata autoreferenzialità sono narrati da Sandro Gros-Pietro in un modo incalzante e coinvolgente, sull’orlo della nevrosi.»

Poeta, scrittore e saggista. È nato nel 1946 a Torino, ove tuttora vive. Dopo la laurea in Economia si dedica all’insegnamento, ha svolto diverse attività nel campo della consulenza, dell’insegnamento e del commercio.
Esordisce in poesia nel 1974 con una raccolta di liriche auto-pubblicate. Nel 1980 fonda la “Genesi Editrice” intorno alla collana “I gherigli”. Dal 1989 dirige la casa editrice in società con la moglie Eleonora. Dal 2000 si dedica in esclusiva all’attività letteraria. Ha pubblicato diverse opere, di poesia: Il soggolo (1974), Io sono cento (1977), Pause (1978), La battaglia di Marostica (1979), Dado caudato (1981), Qual buon vento (1986), Centamore (1988), Postura alla corte di Vulcano (1996), L’erbosa riva (1998, antologia curata in coll. con E. Andriuoli); di narrativa, il romanzo Da qualche parte è primavera (1986) da cui ha tratto, con Paolo Quaregna, la sceneggiatura Capogiro (1988); di saggistica: Elogio della calvizie di Sinesio (2003, tr. dal greco), Liliana Ugolini. Poesia, teatro e raffigurazione del mondo (2005). È presidente dell’associazione “Elogio della poesia” che ha indetto i convegni di poesia: “Intra et extra moenia (2002), “Nostalgia dell’eterno (2003) e “Natura benigna/Natura matrigna (2006). 

Paola Cereda Quella metà di noi -Giulio Perrone Editore Proposto da Elisabetta Mondello


«Quella metà di noi è un romanzo intenso e coinvolgente, ambientato nella Torino dei nostri giorni, in cui si muovono una folla di personaggi a cui Paola Cereda affida il compito di narrare le contraddizioni e le difficoltà della condizione contemporanea. La storia centrale è quella di Matilda, una maestra in pensione, che per ripagare un debito ricomincia a lavorare prendendosi cura di un anziano. Tutti e tutto la condizionano: le passate esperienze, i familiari, la situazione lavorativa. Lo spostarsi dalla periferia al centro di Torino, la nuova solitudine e le inedite complicità. Il romanzo, sostenuto da una lingua precisa ed essenziale, pagina dopo pagina diviene la narrazione della condizione liminare che, in alcune fasi della vita, tutti dobbiamo affrontare e interroga il lettore sulla possibilità di non restare sulla soglia ma di diventare capace di immaginare, scegliere e progettare il futuro.»

Nata e cresciuta in Brianza, si è laureata in Psicologia a Torino con una tesi sull'umorismo ebraico. Si è specializzata in diritti umani e cooperazione internazionale, in particolare in progetti artistici e teatrali nel sociale.
Ha viaggiato e lavorato in molti paesi del mondo. Attualmente vive a Torino e collabora con ASAI, Associazione di Animazione Interculturale, dove si occupa di progetti artistici con minori italiani e stranieri. Cura la regia e la drammaturgia della compagnia teatrale integrata assaiASAI, nella quale recitano ragazzi di età, provenienze e abilità differenti.
Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è stata finalista al Premio Calvino 2009 con il romanzo Della vita di Alfredo (Bellavite). Per Piemme ha pubblicato nel 2014 Se chiedi al vento di restare (Finalista al Premio Rieti).
 



martedì 5 marzo 2019

Dedica 2019

A Pordenone, dal 9 al 16 marzo, la 25^ edizione del festival Dedica, la rassegna che mette al centro la narrativa intensa, profonda e sensuale della scrittrice e poetessa nicaraguense Gioconda Belli. L'evento è stato presentato dal direttore artistico Claudio Cattaruzza, dall’assessore alla cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano e dal consigliere regionale Alessandro Basso, delegato dell’assessora regionale alla cultura Tiziana Gibelli.

Dodici gli appuntamenti che dal 9 al  16 marzo condurranno il pubblico nei temi del suo universo poetico: dall’emancipazione della donna all’impegno politico, al rapporto tra le suggestioni mistiche dell’America precolombiana e l’attualità di un continente, il suo, che ha visto sfumare nel tempo illusioni e utopie.

Spaziando fra libri, conversazioni, teatro, cinema, musica, fotografia, con tanti ospiti: Federica Manzon, Isabella Ragonese, Lucilla Giagnoni, Chiara Civello, Loredana Lipperini, Claudio Cojaniz,  Inti Ocón, Niccolo’ Locatelli, Alfredo Luis Somoza.
Dedica compie 25 anni.
Il traguardo è di quelli importanti, di quelli che danno la misura del tempo che passa e che dovrebbero indurre a bilanci e riflessioni. “Ma noi – sottolineano il curatore della rassegna Claudio Cattaruzza e il presidente dell’associazione Thesis Antonino Frusteri - preferiamo esercitare la memoria come stimolo per rallegrarci di questa insperata resistenza, continuando a lavorare sulle idee, immaginando nuove edizioni e nuovi protagonisti per il festival, nuovi confronti e approfondimenti, parole inedite, versi speciali, immagini e suoni inattesi. È con questo spirito che contiamo di continuare a dare il nostro contributo culturale alla comunità, ringraziando chi ci sostiene, con l’augurio che il loro apporto possa continuare anche in futuro. E grazie a quanti, con la loro presenza e il loro affetto, hanno condiviso le proposte di Dedica con un entusiasmo e una partecipazione che allarga il cuore”.
 Gioconda Belli sarà al centro dell’edizione dei 25 anni. Nicaraguense, poetessa, scrittrice e giornalista di fama internazionale che per la sua attività letteraria ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, oltre a essere stata nominata Cavaliere delle Arti e delle Lettere dal Presidente della Repubblica Francese, dice: “Come scrittrice sento la necessità di generare e far crescere la consapevolezza. Questo è il ruolo che assegno alla scrittura: elaborare pensieri che permettano ad altri individui di capire se stessi e quello che vogliono; un ruolo che è, se vogliamo, di responsabilità sociale”. Raccogliendo questa suggestione, Dedica condurrà il pubblico nell’universo di una narratrice intensa e delicata, dalla scrittura elegante e profonda, autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile. Un’artista che esprime il suo sentire attraverso temi che vanno dall’emancipazione della donna all’impegno politico, al rapporto tra le suggestioni mistiche dell’America precolombiana e l’attualità di un continente, il suo, che ha visto sfumare nel tempo illusioni e utopie.

Anche quest’anno Dedica è realizzata con il sostegno dello special partner Servizi CGN, che nell’ambito del più ampio progetto per la promozione e divulgazione della cultura in azienda e sul territorio, con Thesis ha organizzato un appuntamento speciale inserito nel percorso delle anteprime: mercoledì 27 febbraio alle 18.15 nella sede Oceano di Servizi CGN, l'incontro (aperto al pubblico) con il giornalista, regista e sceneggiatore Guido Piccoli "Latinoamerica: continente sospeso tra speranze e disillusioni".

Crédit Agricole FriulAdria, da anni a fianco del festival, rinnova il suo sostegno e conferma il Premio “Una vita per la scrittura”, che sarà consegnato al protagonista di Dedica il 14 marzo, alle 20.45, nel Convento San Francesco.

Sostengono il festival anche Bcc Pordenonese, UnipolSai Assicurazioni (Agenzia di Pordenone) e Naturasì con i suoi punti vendita di Pordenone.
Partecipano, inoltre, Tipografia Sartor e Palace Hotel Moderno Pordenone, Associazione nazionale Le donne del vino-delegazione Fvg, Bottega Altromercato.
 Sabato 9 marzo, alle 16.30, nel Teatro Verdi di Pordenone, introdurrà il pubblico alla conoscenza di Gioconda Belli e del suo universo culturale un dialogo fra la protagonista del festival e la scrittrice Federica Manzon, autrice della lunga intervista che è “cuore” della monografia “Dedica a Gioconda Belli”, arricchita da contributi di Andrea Semplici, Mara Donat, Marco Fazzini, da alcune poesie inedite e un racconto di Gioconda Belli, in esclusiva per Dedica, “La donna sandwich”.
 Domenica 10 marzo, alle 11, nella biblioteca di Pordenone, Gioconda Belli inaugurerà insieme all’autore la mostra, curata da Angelo Bertani, “¡Yo estoy con vos, mi Nicaragua!” con gli scatti di Inti Ocón, fotografo nicaraguense indipendente, collaboratore per diverse agenzie fra le quali France Presse (AFP). Le proteste popolari e studentesche contro il governo autoritario del Nicaragua e alcune feste tradizionali o aspetti della vita quotidiana del Paese formano due nuclei di immagini convergenti nel dare la rappresentazione di una nazione che, orgogliosamente, vuole difendere la propria identità culturale anche attraverso un difficile e travagliato processo di democratizzazione. In collaborazione con Biblioteca di Pordenone, Graphistudio, Le donne del Vino, Naturasì.
 Sono molti gli ospiti in arrivo per festeggiare Gioconda Belli. Fra i tanti le attrici Lucilla Giagnoni e Isabella Ragonese. La prima sarà impegnata lunedì 11 marzo, alle 20.45, nel Convento San Francesco (in collaborazione con Carta di Pordenone, che consegnerà a Gioconda Belli L’Airone di Carta, e Altromercato), con la lettura scenica “La donna abitata”, tratta dal libro omonimo dell’autrice: la seconda venerdì 15 marzo, alle 20.45, sempre nel convento San Francesco, con “I sogni si continuano a sognare”, recital di poesie di Gioconda Belli, con l’accompagnamento al pianoforte di Claudio Cojaniz (in collaborazione con Sexto associazione culturale, Le donne del Vino, NaturaSì).
 Si ampliano le collaborazioni fra il festival e gli atenei italiani ed europei. E se martedì 12 marzo, alle 11, si rinnova il prestigioso appuntamento che porta l’ospite di Dedica a Venezia, all’Università Ca’ Foscari (con la conversazione dal titolo “La responsabilità dello scrittore”, in collaborazione con Incroci di civiltà nell’ambito del cartellone Verso Incroci), mercoledì 13 marzo, alle 14.30, all’Alpen-Adria-Universität  di Klagenfurt, Gioconda Belli parlerà di  “Donne e politica tra società e scrittura” (in collaborazione con il Dipartimento di Romanistica della facoltà di Scienze culturali).
 Martedì 12 marzo alle 20.45, a Cinemazero “¡Las sandinistas!”, proiezione in prima nazionale del film-documentario di Jenny Murray. Racconta la storia “dimenticata” di un gruppo di donne coraggiose che hanno lottato in nome delle riforme sociali durante la rivoluzione sandinista del 1979 in Nicaragua e la successiva guerriglia dei Contras sostenuta dagli Stati Uniti. A distanza di anni, queste stesse donne continuano la loro battaglia per l’uguaglianza e la giustizia seriamente limitate dall’attuale governo del Paese. Con Gioconda Belli interverranno Riccardo Costantini, responsabile degli eventi di Cinemazero e del festival Le voci dell’Inchiesta e Giorgio Tinelli, politologo ed esperto di Centro e Sud America. In collaborazione con Le Voci dell’inchiesta e Cinemazero.
 Mercoledì 13 marzo, alle 11, nella sala consiliare del municipio, la cerimonia ufficiale per la consegna a Gioconda Belli del prestigioso riconoscimento – il Sigillo della città - assegnato dal Comune di Pordenone a persone che onorano l’alto senso del sociale, della cultura e della politica. Saranno inoltre premiati i lavori realizzati nell’ambito del progetto Parole e immagini per Gioconda Belli , rivolto agli studenti delle scuole superiori di Pordenone e provincia.

lunedì 4 marzo 2019

Premio Strega 2019 la quarta quartina dei proposti

Presentato il quarto gruppo delle proposte  degli “Amici della domenica “ per le candidature al Premio Strega 2019
Gli Amici potranno inviare le loro proposte entro le ore 12 di venerdì 7 marzo 2019, ecco la quarta quartina:


Mauro Covacich Di chi è questo cuore -La nave di Teseo Proposto da Loredana Lipperini

 «Di chi è questo cuore forza e supera i confini di quella che oggi chiamiamo autofiction iscrivendosi in un progetto artistico che Covacich persegue da anni, e si pone anzi come culmine della sua intera opera. La scoperta da parte dell’io narrante di una lieve anomalia cardiaca è il punto di partenza per un’esplorazione lucida e inquieta, che può soffermarsi a scrutare il mondo degli affetti e sollevarsi a guardare lontano, verso le piccole e grandi indifferenze del nostro presente. È uno sguardo che si rivolge ai molti ultimi delle città (i senzatetto e i lavavetri che abitano Roma, dove i condomini possono decretare la mutilazione degli alberi per decoro, ma ignorano le vite piccole che si muovono nelle strade e negli argini del fiume), e che insieme guarda alla mutazione che il tempo impone ai corpi e allo stare nel mondo. È uno sguardo che legge, nettamente e con passione, soprattutto i cambiamenti dei corpi femminili, che si votano a un’ascesi che li scolpisce e smaterializza o ritrovano entusiasmi di ragazza pur nella vecchiaia (e le donne appaiono qui anche come flatus vocis, attraverso le parole di Anne Frank e di Etty Hillesum). Per linguaggio, stile, profondità e innovazione formale, Di chi è questo cuore si pone tra le prove più alte nel panorama letterario contemporaneo.»

 Mauro Covacich è nato a Trieste nel 1965. Ha pubblicato diversi libri di narrativa, tra cui: Storia di pazzi e di normali (Theoria 1993, Laterza 2007), Anomalie (Mondadori 1998, 2001), L'amore contro (Mondadori 2001 e Einaudi 2009), A perdifiato (Mondadori 2003, Einaudi 2005), Fiona (Einaudi 2005 e 2011), Trieste sottosopra (Laterza 2006), Prima di sparire (Einaudi 2008 e 2010), A nome tuo (Einaudi 2011) e L'esperimento (Einaudi 2013). È inoltre autore della videoinstallazione L'umiliazione delle stelle (Buziol - Einaudi - Magazzino d'Arte Moderna Roma 2010).

Piero Sorrentino Un cuore tuo malgrado -Mondadori  Proposto da Diego De Silva

«Un cuore tuo malgrado, romanzo d’esordio di Piero Sorrentino, è un’opera prima dalla scrittura sapientemente misurata nel trattare un tema delicato e indigesto come il senso di colpa. Sarebbe stato tutto sommato facile, per un autore napoletano di talento, saccheggiare la sua conoscenza ventrale della città per costruire un romanzo che incontrasse con ragionevole prevedibilità i gusti di un pubblico bendisposto a storie diversamente folk. Sorrentino ha accettato una sfida narrativa ben più difficile, e a mio parere l’ha già vinta.»

Piero Sorrentino è nato nel 1978 a Napoli, dove vive. Suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Voi siete qui e Il corpo e il sangue d’Italia (minimum fax), Niente resterà pulito (Rizzoli), A occhi aperti (Mondadori). È dottore di ricerca in Studi letterari. Dal 2010 è autore e conduttore del programma radiofonico Zazà, in onda su Rai Radio3. Questo è il suo primo romanzo.

 

Luca Ragagnin Pontescuro -Miraggi Proposto da Alessandro Barbero


«Pontescuro di Luca Ragagnin è l’opera matura di un autore che ha esplorato molte possibilità espressive della parola (canzone, poesia, racconto, romanzo, saggio narrativo) in oltre trenta libri pubblicati, senza contare le numerose collaborazioni musicali. Il romanzo si svolge nel 1922, nella Bassa padana, nell’immaginario villaggio eponimo, e analizza attraverso la testimonianza corale degli abitanti le premesse di fatto di sangue: l’uccisione della bellissima e scandalosa figlia del signorotto locale. Colpevole è il fattore, mosso da invidia sessuale e sociale, ma dell’assassinio viene incolpato lo scemo del villaggio, un trovatello che passa il tempo legando nastri colorati ai rami degli alberi e che aveva stretto una tenera amicizia con la ragazza. Ciaccio, il trovatello, è la personificazione dell’innocenza, allegoricamente posta ai margini di una società che o sfrutta e opprime, oppure vive in una tetra, stolida e quasi inconsapevole miseria materiale e morale (il 1922 è l’anno della marcia su Roma e nel romanzo riecheggiano le rivolte contadine soffocate con manganelli e olio di ricino). Il romanzo, però, non è indirizzato a una puntuale ricostruzione storica e sociale, ma si interroga sul lato metafisico del male, nel duplice senso che può avere l’espressione «il male che abita l’uomo»: oggettivo – il male in cui l’uomo si adatta a vivere quotidianamente – e soggettivo – il male che alberga, radicale, nel cuore umano. Il tema, certo ambizioso, è avvicinato con riserbo e delicatezza. La presa di distanza si concreta non solo nella distanza storica dell’epoca narrata rispetto all’oggi, ma anche nella voluta neutralità linguistica – la lingua di Pontescuro non è mai mimetica e non fa il verso al popolo o al periodo storico, bensì è piana e astorica – e narrativa: la forma scelta si avvicina molto a quella della favola, con ampio uso di prosopopee e cauti simbolismi. Soprattutto quest’ultimo aspetto, quello favolistico, si incarica di portare la riflessione dell’autore: affiancando il punto di vista del narratore onnisciente a quelli di alcuni protagonisti (una focalizzazione multipla che in quanto priva di rigore evita il rischio di un’astratta metodicità), Ragagnin dà voce alla nebbia, al fiume, al ponte, al cadavere della ragazza, a una ghiandaia, a una blatta; oltre al narratore, sono quindi i testimoni innocenti o le vittime a prendere la parola, a rispecchiare il male che alligna intorno a loro e contro di loro. Allo stesso modo, nonostante l’introduzione di un ispettore di polizia, sorta di anti-Ingravallo prossimo alla pensione, giunto da Roma con scarso interesse per le beghe di provincia, i fatti materiali relativi al delitto non prendono mai il sopravvento sulla riflessione morale. L’arrivo dell’ispettore non rende centrali l’investigazione sull’omicidio, il contesto sociale in cui questo matura, la congiura contro il povero innocente e la sua fuga salvifica. L’ispettore, anzi, occhio estraneo e acuto (anche la sua è una delle voci del romanzo), ha un’altra, duplice, funzione: da un lato, riconoscere e avallare sia il crimine sia il depistaggio, accettando la falsa ricostruzione che gli viene proposta e che torna comoda a tutti, anche ai pigri funzionari della capitale; dall’altro, soprattutto, raccogliere attorno al corpo della vittima, nella chiesa del paese, i veri colpevoli della vicenda – il fattore-assassino, il prete senza fede, il padre-padrone, la serva invidiosa, degni rappresentanti del villaggio di Pontescuro – nel momento preciso in cui una tempesta di uccelli suicidi si schianta contro la chiesa, contro il campanile e le vetrate, inscenando un olocausto di innocenti, un sacrificio volontario come riprova e sanzione metafisica del carattere maligno, disperato, inaccettabile delle scelte umane.»

Luca Ragagnin È UN VIRTUOSO DELLA PAROLA. Nato a Torino nel 1965, incomincia a scrivere racconti e poesie nei primi anni ’80, poi si dedica alla scrittura teatrale, e dal 1994 collabora come paroliere con diversi musicisti tra i quali i Subsonica. Nel 1995 vince il PREMIO MONTALE per la poesia con una silloge inedita L’angelo impara a cadere, pubblicata l’anno successivo dall’editore Scheiwiller. Collabora con quotidiani e riviste di vario genere. Nel 2007, insieme a Enrico Remmert, adatta per il teatro il libro Elogio della sbronza consapevole. Nel 2009, sempre con Enrico Remmert, scrive 2984, testo teatrale ispirato a 1984 di George Orwell. Nel 2012 scrive per Lella Costa Elsa Shocking, monologo basato sull’autobiografia di Elsa Schiaparelli Shocking Life e nel 2014 scrive per Angela Baraldi lo spettacolo The Wedding Singers. Le sue poesie sono tradotte in diversi Paesi europei.

Francesca Diotallevi Dai tuoi occhi solamente -Neri Pozza Proposto da Gianfranco De Bosio

«Nel romanzo Dai tuoi occhi solamente l’autrice, prendendo spunto da un personaggio realmente esistito, ne rielabora la vicenda; ne riscrive la storia sia relativa al vissuto personale della protagonista, sia al contesto della New York degli anni Cinquanta. Questo romanzo, opera di finzione è dal punto di vista narrativo coinvolgente.»

Francesca Diotallevi è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Le stanze buie (Mursia, 2013), Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015) e Dentro soffia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani.


sabato 2 marzo 2019

Buon fine settimana


Quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui compagnia è gradita.

LUDWIG FEUERBACH

venerdì 1 marzo 2019

Premio Strega 2019 la terza quartina dei proposti

Presentato il terzo gruppo delle proposte  degli “Amici della domenica “ per le candidature al Premio Strega 2019
Gli Amici potranno inviare le loro proposte entro le ore 12 di venerdì 7 marzo 2019, ecco la terza quartina:


Giulio Cavalli Carnaio -Fandango LibriProposto daConcita De Gregorio

«Giulio Cavalli in Carnaio racconta la storia di un piccolo paese affacciato sul mare, DF, dove d’un tratto cominciano a essere sputati dalle onde corpi senza vita di uomini tutti uguali. Come dice Giovanni Ventimiglia, il pescatore che per primo si imbatte in uno di loro: «Se galleggi, sei morto o sei una cosa, nel mare». Nessuno sa da dove vengano, i cadaveri che arrivano a DF (Distretto Federale, potreste pensare se conoscete l’America Latina). Nessuno in realtà ha intenzione di scoprirlo: vorrebbero solo che sparissero, che ritornassero a inabissarsi lasciando intonse le loro strade e le loro vite. Questo fino al giorno in cui un’onda di carne e vestiti non intasa le vie, sorprende le persone a passeggio e le travolge: il problema dei cadaveri richiede ora un intervento. Ci vuole un’idea, una soluzione. Eccola: i corpi da persone diventano cose e le cose possono essere trattate come oggetti. A DF tutto cambia, i cadaveri da problema si trasformano in materia prima, l’economia: della città si converte e si indirizza a trarre profitto da quello che hanno da offrire: la carne e la pelle. In un mondo distopico, immaginario eppure più vero del reale il libro di Giulio Cavalli racconta il nostro paese. Una denuncia letteraria scritta magistralmente, un ritratto inclemente del mondo che stiamo costruendo: il racconto di una comunità che si organizza per far fruttare la sventura, il termometro sociale e politico del tempo che viviamo. Potremmo diventare, siamo già diventati DF: il paese chiuso, appestato, impenetrabile dove gli abitanti si arricchiscono e blindano il segreto inconfessabile della loro ricchezza mentre sono, nel tripudio del cinismo, destinati all’estinzione. «Ai soccorsi, arrivati con poca voglia di soccorrere, DF si presentò come una palla di vetro con neve, quelle dei mercatini dove gli ambulanti portano guanti tagliati sulle dita. Le palle di vetro provocano la felicità più meravigliosa e più breve che si possa provare in natura, il tempo di uno scrollo, i più resistenti ne fanno due, e poi finiscono nel comò per almeno tutta una generazione, vengono ritrovate quando sono morti da un pezzo sia gli acquirenti che gli ambulanti e un bambino la scrolla di nuovo, una volta, massimo due. DF era cosi. Senza scrollo. Con le mosche al posto della neve.»


Giulio Cavalli, autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Collaboro dal 2013 con Fanpage.it, curando le rubriche "Le uova nel paniere" e "L'eroe del giorno" e realizzando il format video "RadioMafiopoli". Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.

Raffaele Bussi Ulisse e il cappellaio cieco -Armando Editore Proposto da Antonio Augenti

«Ulisse, dopo il ritorno a Itaca, per sfuggire a quella che oramai è diventata una vita piatta e priva di stimoli che lo portino a nuove conoscenze, accetta l’invito, se non l’ordine, dell’Olimpo di rimettersi in mare per una nuova avventura. La missione riguarda la ricerca delle cause che da decenni affliggono le terre del Vecchio Continente. Minerva, corsa in aiuto del suo protetto, per assicurare buon esito all’impresa, gli affida quale compagno di viaggio, un tale Varoufakis, venditore di cappelli, con l’emporio sul porto di Itaca. Cieco dalla nascita, il vecchio magicamente riacquista la vista grazie ad un berretto frigio che, indossato, gli consente non solo di leggere eventi del passato, ma di scontare anche il futuro, potendo contare del dono visionario dei profeti. Per portare a termine la ricerca, il re di Itaca deve sciogliere un enigma iniziale: l’approdo a tre città nuove. Neapolis sarà la prima, Cartagine la seconda, mentre l’indizio per scoprire la terza lo suggerisce Didone. Una narrazione surreale, dove Ulisse e il cappellaio incrociano personaggi dell’antichità, mentre riscoprono mali della contemporaneità, dalle migrazioni incontrollate con la perdita di vite umane nel Mediterraneo a causa delle guerre ancora in atto, a terreni ridotti a sversatoi immondi d’ogni sorta di putridume, fino al Grande mare, specchio d’acqua non più capace di riflettere trasparenze. Il terzo approdo è al di là delle colonne d’Ercole, suggerisce Didone su indicazioni del suo ammiragliato, una nuova terra dove ricercare la terza e ultima città nuova, non “la città promessa”, come suggerisce Varoufakis, “ma l’ignoto”. Ne risulta una scenografia surreale che richiama magistralmente la moderna cinematografia, nella quale spuntano persuasivi elementi che immettono la straordinaria novità del romanzo nella realtà dell’attuale divenire civile. Una narrazione intrigante e suggestiva che invita il lettore a riflettere sulla contemporaneità.»

 Raffaele Bussi è nato a Castellammare di Stabia. Giornalista, scrittore e saggista, collabora con importanti quotidiani e periodici nazionali. Ha collaborato a "Nord e Sud", "Ragionamenti", e successivamente a "Meridione. Sud e Nord del Mondo", rivista fondata e diretta da Guido D'Agostino. E' stato direttore editoriale della rivista "Artepresente". Collabora al portale parigino "Altritaliani" ed è componente del Collegio degli scrittori della rivista "La Civiltà Cattolica". Ha pubblicato "L'Utopia possibile", Vite di Striscio", "Il fotografo e la Città", "Il Signore in bianco", "Santuari", "Le lune del Tirreno", "I picari di Maffeo" (Premio Capri 2013 per la critica letteraria), "All'ombra dell'isola azzurra", romanzo tradotto in lingua russa per i tipi dell'editore Aleteya. 

Carmine Abate Le rughe del sorriso -Mondadori  Proposto da Antonio Pennacchi

«Romanzo d’amore e di migrazioni, Le rughe del sorriso di Carmine Abate è la tormentata storia di una ragazza somala, costretta ad abbandonare il suo paese dalla violenza interna che lo devasta; tra mille peripezie attraverserà l’Africa ed il Mediterraneo per approdare infine, non tanto tranquillamente, in Italia. È un libro non soltanto bello, ma assolutamente necessario in questa fase per ricordare al nostro, di Paese, le sue dirette responsabilità coloniali e postcoloniali nelle lacerazioni esplose così drammaticamente in questi anni in Somalia e larga parte dell’Africa tutta.» 


 Carmine Abate è nato a Carfizzi, un paese arbëresh (cioè italo-albanese) della provincia di Crotone. Cresce tra la Calabria e Amburgo dove il padre emigra, e dopo la laurea in Lettere si trasferisce in Germania, dove insegna nelle scuole per emigrati e comincia a pubblicare saggi e racconti. Escono nel 1984 il suo primo libro di racconti sull’emigrazione, Den Koffer und weg e lo studio condotto con Meike Berhmann I Germanesi, storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigranti. In Italia è curatore di In questa terra altrove, raccolta di testi letterari di emigranti italiani, e autore del volume di racconti Il muro dei muri e di poesie Terre di andata, pubblicati dall’editrice Argo di Lecce. Esce nel 1991 con Marietti il suo primo romanzo Il ballo tondo, che Fazi ripubblica in edizione riveduta nel 2000 (Premio Internazionale dei Lettori Arge Alp). Nel 1999 esce La moto di Scanderbeg (Fazi, ed. tascabile 2001, Premio Crotone, Matelica-Libero Bigiaretti e Racalmare-Leonardo Sciascia). Con il suo precedente romanzo Tra due mari (Mondadori) ha vinto i premi Domenico Rea, Ischia, Premio dei lettori, Lucca, Rhegium Julii, Corrado Alvaro, Matelica-Libero Bigiaretti, Premio Internazionale Fenice Europa e il Feudo di Maida. Il suo ultimo romanzo è La festa del ritorno (Mondadori), finalista al Premio Napoli e Premio selezione Campiello 2004.
I libri di Carmine Abate, oltre ad aver riscosso un unanime successo di critica e pubblico, sono tradotti in molti paesi. Lo scrittore vive oggi nel Trentino, dove continua a scrivere ed insegnare.

Eleonora Marangoni Lux -Neri Pozza  Proposto da Sandra Petrignani

«Questo romanzo di Eleonora Marangoni è pieno di cose inaspettate. Tu ti dici: ah, ecco, l’autrice ricorre al tema classico dell’isola lontana dove si ritrova un gruppo mal assortito di persone e pensi che succederanno fatti prevedibili. Invece no. Il topos è evocato da lei giusto per posizionarsi nella grande corrente della letteratura (e ne senti spesso le antiche risonanze), ma poi ti spinge verso un viaggio inatteso, dove si assiste soprattutto al gioco altalenante delle relazioni, si simpatizza con questo o quel personaggio, e si finisce con l’abbeverarsi a una fonte di acqua minerale – centrale nella storia – soltanto perché affascinati dall’etichetta sulle bottiglie che la narratrice ci descrive. Marangoni conosce l’arte finissima di rendere reale l’immaginario, riesce a farti credere nella presenza di una nuvola in salotto più che nella forza dei sentimenti che legano un certo uomo a una certa donna. Insomma come di ogni libro complesso, non è facile parlare di Lux: è stravagante, allegro e malinconico, sapiente e leggero. C’è dentro una voce sferzante, ironica, saggia, che si muove sul solido terreno di radici letterarie comuni per proiettarsi in un oltre giovanissimo e carico di futuro.»

 Eleonora Marangoni è nata a Roma, si è laureata a Parigi in letteratura comparata e lavora come copywriter e consulente di comunicazione. Ha pubblicato il saggio Proust et la peinture italienne (Michel de Maule, 2011), il romanzo illustrato Une demoiselle (Michel de Maule, 2013) e Proust. I colori del tempo (Mondadori Electa, 2014). Nel 2017 ha vinto il Premio Neri Pozza con Lux.