di Pierangelo Colombo

martedì 1 settembre 2026

LA STIRPE DEL RIX — QUANDO LA STORIA BUSSA ALLA PORTA

 Settembre 2026

C'è un momento, all'alba, in cui il confine tra il sogno e la veglia è sottile come un filo.

Artal lo conosce bene.

Si sveglia ogni notte con la stessa visione — una donna misteriosa, un cane al fianco, una mano che scaccia il dolore. Non è un sogno. È qualcosa di più. E lui lo sa, anche se non riesce ancora a dargli un nome.

È così che inizia La Stirpe del Rix — non con una battaglia, non con un esercito in marcia. Con un ragazzo che non riesce a dormire e un padre che gli porge una ciotola di zuppa di castagne nell'oscurità di una capanna.

IL MONDO DOPO ANNIBALE

Siamo nel 217 avanti Cristo. Tauriasion è caduta. L'esercito di Annibale ha attraversato le Alpi e ha lasciato dietro di sé un mondo spezzato.

Per il clan dei Graioceli — il popolo celtico delle Alpi Graie che i lettori del primo volume conoscono bene — nulla è più come prima. Le alleanze si sono frantumate. Il villaggio è decimato. L'inverno si avvicina e le scorte di cibo non bastano.

E dall'interno del clan arriva una voce nuova, sottile e pericolosa come una lama nascosta:

"La fame farà il lavoro per noi. Quando l'inverno tornerà, il popolo vedrà tutta l'impotenza di Vergomaros."

Atressus — uno dei consiglieri anziani — non vuole uccidere il rix. Vuole che sia il popolo a chiederlo. È il tipo di nemico più difficile da combattere: quello che usa le tue stesse paure come armi.

I VOLTI CHE RITORNANO

Chi ha letto Hirpu, il Cacciatore ritroverà volti amati — e li vedrà sotto una luce nuova.

Artal non è più l'arciere infallibile al fianco del suo migliore amico. È al centro. Con le domande che ha sempre portato — sulla guerra, sulla lealtà, su cosa vale davvero la pena difendere — e qualcuna in più. Le visioni che lo tormentano di notte lo spingono verso qualcosa che non ha ancora il coraggio di nominare.

Brannoviro è invecchiato. In pochi mesi ha accusato più di tutti il peso delle perdite — lo si vede nei lineamenti, nella cicatrice che la luce del focolare illumina a metà. Ma la sua lucidità è intatta. E la sua pazienza silenziosa — quella che usava quando voleva davvero ascoltare — è ancora la cosa più preziosa del clan.

Vergomaros porta sulle spalle il peso di ogni scelta impossibile. Sa che Atressus manovra nell'ombra. Sa che il clan è fragile. Sa che Roma avanza. Sa troppe cose — e non può agire su nessuna di esse senza mettere a rischio tutto il resto.

LA VOCE CHE NON TI ASPETTI

E poi c'è lei.

Alisia non viene dalle Alpi Graie. Non conosce i Graioceli, non ha mai visto la neve cadere sulle cime alpine, non sa nulla della guerra che ha spezzato quel clan lontano.

Viene da un villaggio a mezza giornata di cammino da Massalia — l'antica Marsiglia. Sua padre era un vasaio. Le aveva insegnato che ogni fiume ha una foce, e che alle foci nascono i porti, i mercati, la vita.

Aveva sedici anni e le mani nell'argilla quando i predoni erano arrivati.

In pochi minuti aveva perso tutto — la famiglia, la libertà, la vita che aveva amato. L'avevano caricata su un carro, destinata al mercato degli schiavi. E lei aveva fatto una cosa sola: aveva stretto il suo nome dentro di sé. Come il più prezioso dei tesori. Come l'unica cosa che nessuno poteva portarle via.

Alisia era il nome che custodiva dentro di sé come il più prezioso dei tesori. Non lo avrebbe confidato a nessuna delle bestie che la circondavano.

È il personaggio più inaspettato del romanzo.

E forse il più necessario.



UNA STORIA CHE PARLA DI OGGI

La Stirpe del Rix è ambientato nel 217 avanti Cristo. Ma le domande che pone non hanno data.

Cosa succede a un popolo quando il suo mondo cambia troppo in fretta? Come si resiste a chi usa la paura come arma politica? Cosa rimane di un'identità quando tutto ciò che la sosteneva è crollato?

E soprattutto — dove trovare la forza di continuare, quando ogni ragione per farlo sembra esaurita?

Artal, Brannoviro, Vergomaros e Alisia cercano ciascuno la propria risposta. Non sempre la trovano. Non sempre la risposta è quella che speravano.

Ma cercano — con quella tenacia ostinata che è forse la cosa più umana che esista.

LEGGERE IN ORDINE — O INIZIARE DA QUI?

La Stirpe del Rix è il secondo volume delle Cronache dei Graioceli. Chi ha letto Hirpu, il Cacciatore troverà una continuazione naturale e ricca di rimandi al primo volume.

Chi non lo ha ancora letto — può iniziare da qui, ma perderà qualcosa. Perderà il momento in cui Artal è ancora solo l'arciere infallibile al fianco del suo migliore amico. Perderà la voce di Hirpu. Perderà il dialogo notturno sotto la pioggia — "La guerra è una ferita aperta: la vittoria lenisce il dolore solo per un istante" — e il peso di quelle parole nel secondo volume.

Il consiglio è di iniziare dall'inizio. Le Alpi Graie meritano tutto il tempo che hanno da offrire.

DOVE TROVARLO

📖 La Stirpe del Rix — Cronache dei Graioceli Vol. 2

Disponibile su Amazon in ebook (2,99€) e cartaceo (8,31€)

Vai al sito

📖 Hirpu, il Cacciatore — Cronache dei Graioceli Vol. 1

Disponibile su Amazon in ebook e cartaceo

vai al sito

🏆 Saga premiata in tre concorsi letterari nazionali

🐺 Pierangelo Colombo

Seguici sulla pagina Facebook e Instagram — Hirpu, il Cacciatore — per aggiornamenti, contenuti storici sul mondo dei Graioceli e anticipazioni sui prossimi volumi.

venerdì 24 luglio 2026

LA STIRPE DEL RIX — LE CRONACHE DEI GRAIOCELI CONTINUANO

 LA STIRPE DEL RIX — LE CRONACHE DEI GRAIOCELI CONTINUANO



Dieci anni fa ho iniziato a scrivere di un popolo che quasi nessuno ricordava.

Si chiamavano Graioceli. Abitavano le Alpi Graie — quelle montagne tra il Piemonte e la Francia che oggi percorriamo in auto senza pensarci — nel III secolo avanti Cristo. Non avevano lasciato scritto nulla. Non avevano costruito monumenti. Erano stati assorbiti lentamente da un mondo che cambiava troppo in fretta, e la storia li aveva dimenticati con quella facilità crudele che riserva ai popoli senza voce.

Eppure erano stati lì. Avevano vissuto, cacciato, amato, combattuto su quelle stesse montagne.

Quella consapevolezza non mi ha lasciato in pace. E da quella consapevolezza è nato Hirpu.



HIRPU, IL CACCIATORE — UN VIAGGIO CHE NON MI ASPETTAVO

Quando ho pubblicato Hirpu, il Cacciatore non sapevo cosa sarebbe successo. Un autore indipendente, un romanzo storico su un popolo dimenticato, ambientato nell’anno in cui Annibale Barca attraversava le Alpi con i suoi elefanti. Non era una formula sicura.

Eppure qualcosa ha funzionato.

I riconoscimenti:

Il romanzo ha ricevuto tre riconoscimenti in concorsi letterari nazionali — il 3° posto nella narrativa inedita al Concorso Città di Pontremoli 2017, il Premio Speciale Romanzo Storico al Concorso Le Grazie-Portovenere “La Baia dell’Arte” 2023, e la Finale al Premio Etruria 2023 di Arezzo.

Tre giurie diverse, in anni diversi, hanno riconosciuto in questa storia qualcosa che valeva la pena raccontare.

Le classifiche:

Su Amazon Italia, Hirpu, il Cacciatore ha raggiunto la top ten della classifica Classici di Avventura — toccando il 10° posto. Per un romanzo su un popolo preromano delle Alpi, è un risultato che non avrei osato immaginare.

I lettori:

Ma il riscontro che più mi ha sorpreso è arrivato dai lettori.

Oltre alle vendite — dai commenti. Dalla domanda che ho posto sotto un post: “Cosa resta di un uomo quando il suo mondo scompare?” Le risposte sono state decine, tutte diverse, tutte vere. “Dio e il silenzio.” “La dignità.” “Il proprio spirito.” “Le ceneri.” “Il nulla.”

Quelle risposte mi hanno detto che Hirpu aveva trovato i suoi lettori. Quelli giusti — quelli che non cercavano solo un’avventura storica, ma qualcosa di più profondo.

Qualcuno mi ha scritto in privato appena ricevuto il libro, prima ancora di averlo terminato. Qualcuno ha commentato a notte fonda con frasi che avrei voluto scrivere io.

A loro — prima di tutto — va il mio grazie.

E ADESSO — LA STORIA CONTINUA

Molti di voi me lo hanno chiesto.

“Ci sarà un seguito?”

“Cosa succederà ai Graioceli?”

“Hirpu non può finire così.”

Ho aspettato di avere la risposta giusta prima di darla.

Adesso ce l’ho.

Le Cronache dei Graioceli continuano con il secondo volume:

LA STIRPE DEL RIX



Settembre 2026.

COSA TROVERETE NEL SECONDO VOLUME

Non posso ancora svelarvi tutto — e non voglio farlo. Parte del piacere di una saga è arrivare alle pagine senza sapere cosa vi aspetta.

Posso dirvi alcune cose.

Le Alpi Graie non hanno finito di raccontare la loro storia. Il mondo dei Graioceli è cambiato dopo gli eventi del primo volume — e quei cambiamenti hanno conseguenze che nessuno dei protagonisti avrebbe potuto prevedere.

Alcuni volti li riconoscerete — Artal, Brannoviro e Vergomaros tornano nelle pagine del secondo volume. Altri volti vi sorprenderanno.

La domanda al centro del primo volume — cosa resta di un uomo quando il suo mondo scompare? — troverà risposte nuove e inaspettate. Più dure. Forse più vere.

La copertina dice già qualcosa su quello che troverete — guardate bene chi è in primo piano, e cosa sta guardando.

COME RESTARE AGGIORNATI

La Stirpe del Rix sarà disponibile su Amazon in ebook e cartaceo a settembre 2026.

Per essere tra i primi a sapere la data esatta di uscita e seguire tutti gli aggiornamenti:

Seguite la pagina Facebook e Instagram — Hirpu, il Cacciatore

instagram

Facebook


Se non avete ancora letto il primo volume — è il momento giusto. Settembre si avvicina.

A presto. 🐺

Pierangelo Colombo

Hirpu, il Cacciatore — Cronache dei Graioceli Vol.1

Disponibile su Amazon in ebook e cartaceo


lunedì 9 febbraio 2026

Hirpu. Il cacciatore: nascita di una storia sul confine della Storia

 Hirpu. Il cacciatore: nascita di una storia sul confine della Storia




La pubblicazione di Hirpu. Il cacciatore segna l’inizio di un percorso narrativo che affonda le radici in un tempo remoto, quando le Alpi non erano soltanto un confine geografico, ma una soglia culturale, umana e simbolica.

Il romanzo nasce dal desiderio di raccontare un mondo che raramente trova spazio nella narrativa contemporanea: quello delle popolazioni alpine preromane, sospese tra mito, rito e una Storia che sta per travolgerle. Alla vigilia della marcia di Annibale attraverso le Alpi, le comunità dei monti vivono secondo leggi antiche, fondate sulla caccia, sull’onore, sull’appartenenza al clan e su un rapporto diretto e spesso brutale con l’ambiente.

In questo contesto prende forma Hirpu, giovane cacciatore dei Graioceli, un ragazzo che si affaccia all’età adulta attraverso un rito di passaggio che dovrebbe sancire il suo ingresso nella comunità degli uomini. Ma il rito non conduce alla stabilità: al contrario, apre una frattura. Una disobbedienza, una caduta, una colpa e una visione impossibile — l’apparizione di un immenso esercito straniero che avanza tra le montagne — incrinano per sempre l’equilibrio del protagonista e del suo popolo.

Hirpu. Il cacciatore non è un romanzo d’azione nel senso tradizionale, né un racconto epico eroizzante. È piuttosto una storia di formazione aspra e senza consolazioni, in cui il passaggio all’età adulta coincide con la perdita dell’innocenza e con il peso della responsabilità. Hirpu non è un eroe destinato alla gloria, ma un uomo che si misura con la colpa, con l’eredità dei padri e con una verità che nessuno vuole ascoltare.

La scelta di ambientare la narrazione nel mondo dei Graioceli — popolazione alpina realmente attestata dalle fonti antiche — risponde a un’esigenza precisa: restituire dignità narrativa a quelle comunità che la Storia ha spesso relegato a comparse, citate solo in funzione delle grandi imprese militari. In questo romanzo, invece, lo sguardo resta basso, radicato nella terra, nella neve, nel corpo che fatica e sanguina. La Storia non è ancora arrivata, ma si avverte come un’ombra che cresce.

Vai su Amazon Kindle

Dal punto di vista stilistico, il romanzo cerca una lingua essenziale, concreta, capace di aderire al mondo che racconta. I dialoghi sono asciutti, le descrizioni privilegiano il paesaggio come forza viva e ostile, e il ritmo narrativo segue quello delle stagioni e della sopravvivenza. Non c’è spazio per l’enfasi: ogni scelta, ogni gesto, ogni parola pesa.

La pubblicazione in formato eBook su Amazon Kindle rappresenta il primo passo di un progetto narrativo più ampio. Hirpu. Il cacciatore è infatti il romanzo d’apertura delle Cronache dei Graioceli, un ciclo che intende esplorare, attraverso personaggi diversi e prospettive differenti, l’impatto dell’arrivo della grande Storia su un mondo arcaico destinato a scomparire o a trasformarsi radicalmente.

Un secondo romanzo, attualmente in lavorazione, proseguirà questo percorso, spostando il punto di vista e ampliando l’orizzonte narrativo. Se Hirpu racconta l’istante della frattura — il momento in cui il destino individuale entra in collisione con quello collettivo — il prossimo capitolo delle Cronache dei Graioceli affronterà le conseguenze di quella frattura, quando la Storia non è più presagio, ma presenza concreta e irreversibile.

Hirpu. Il cacciatore è dunque un inizio. Un primo passo in un territorio narrativo che non cerca scorciatoie né semplificazioni, ma che prova a restituire complessità, durezza e umanità a un passato che, pur lontano, continua a parlarci.

giovedì 16 ottobre 2025

IL CIELO SOPRA IL MARE


IL CIELO SOPRA IL MARE




«Niente principesse da queste parti». Fu la scintilla che fece deflagrare il mio amor proprio. A ferirmi non il modo o l’impeto nel pronunciarla, né la persona che diede voce alla frase, un perfetto estraneo, ma il sentirmi disarmata dinanzi alla verità. D'altronde non è l’intensità della scintilla che produce l’innesco, bensì la miscela fra il gas e l’ossigeno. Se la casa è satura di gas questo non esplode, per farlo abbisogna di una adeguata percentuale d’ossigeno; e in quell’istante il mio stato d’animo era immerso nella letale miscela fra l’esplosivo senso d’inadeguatezza e un’effimera fiducia di sentirmi al sicuro.

Ero adolescente e, allora, detestavo l’estate, ma più ancora odiavo la villeggiatura in riviera. Un’avversione viscerale lenita dalle implorate, seppur sporadiche, giornate di pioggia. Benedivo Giove Pluvio che, pietoso, concedeva delle pause alla tortura impostami dai genitori. Da psicoterapeuti improvvisati, a confermare la bontà di un’ipotetica iniezione di autostima, mi sottoponevano a una gogna: integrarmi fra le coetanee che sfilavano lungo la passatoia del bagno Florida. Detestavo l’estate, il caldo e la necessità di svestirsi. Ipertricosi, cellulite, vene varicose, discromie cutanee formano alcuni sottogruppi nell’insieme dei problemi estetici nella specie umana; patologie diffuse quanto aberrate in estate ma che, in un modo o nell’altro, trovano delle soluzioni. Il rimedio al mio, di problema, si chiama protesi ortopedica, arto artificiale, gamba di legno. Espediente efficace che, nella gran parte dell’anno, si cela con un modesto paio di comodi pantaloni. L’estate, invece, mette a nudo la mancanza e lo dimostra lo sguardo della gente. Occhi che, indipendentemente dalla volontà, sembrano volermi avvisare d’essere uscita di casa dimenticando d’indossare le mutande; l’imbarazzo con cui un estraneo indica l’esserti rimasta attaccata della carta igienica ai pantaloni.

Gli sguardi parlano, urlano quello che la bocca tace o bisbiglia. Poverina è l’aggettivo più odioso, la stoccata che fa più male: perché giunge alle spalle. È una scossa che arriva dritta al cervello; un brivido che corre lungo la schiena e annacqua gli occhi.

Il primo impatto in un incontro frontale è silenzio, l’imbarazzo di un istante lungo un’eternità. Gli occhi vedono solo quello che manca. La smorfia involontaria, un sorriso tirato, rammenta puntualmente la differenza: quel materiale inorganico che puntella un passo altrimenti zoppo. Subito i pensieri si fanno tangibili, captabili come onde radio: E ci lamentiamo delle sciocchezze. Povera, chissà cosa le è successo. Era una ragazza così carina. Ringrazio Dio che i miei figli sono sani.

Biasimo che avvampa quanto un fuoco di Sant’Antonio. In un batter di ciglia ci si sente una scarpa spaiata. Quella che per mia madre era una palestra di vita per me era morire dentro; finché non conobbi Macello.

L’idea mi balenò in testa appena lessi l’opuscolo, un fulmine che squarcia l’oscurità: Agriturismo i Cipressi, un mese di stage in una struttura lontana dal mare. Assistente in un campo estivo per bambini in cambio di vitto, alloggio e crediti scolastici. Con buona pace dei miei avrei sistemato l’estate con un colpo di spugna. Nella valigia pantaloni e camicette, niente short, costumi o gonne.

«Innanzitutto il benessere dei bambini», mi accolse la responsabile del campus.

«Sì, certo» risposi all’ovvietà.

«Quindi accantoniamo paturnie o pulsioni rivoluzionarie adolescenziali e dedichiamoci a loro sorridendo».

Un volo planare di vocaboli per togliermi dalla faccia l’espressione da piccola fiammiferaia agonizzante. Intuita la stoccata sfoggiai il migliore dei sorrisi.

«Anche meno» disse, «l’importante non è la spontaneità, ma fingere bene».

Una Minerva nei panni di una fatina: tanto dolce con i marmocchi quanto pronta a impietrire colleghe e assistenti. Una cucchiaiata di miele, tuttavia, se paragonata al cinismo del fattore, il proprietario della baracca. 

Figuro che si era palesato nel tardo pomeriggio; pareva un mugnaio appena uscito dal mulino, ma invece della fragranza di grano odorava di fieno, polvere incollata al collo da rivoli di sudore. Ripulita la mano in uno straccio, la porse stringendo vigorosamente la mia.

«Domani iniziamo i laboratori con i cavalli. Mi serve aiuto per prepararli. Nella selleria troverai delle tute da lavoro di varie taglie».

«Tuta da lavoro?» domandai disorientata. 

«Ti assicuro che in stalla è utile».

«Ma io credevo…» balbettai, convinta in un incarico di baby-sitter. «Forse c’è un equivoco. Io sono la stagista».

«Niente principesse da queste parti» ribadì con voce distaccata.

«Ma io non posso fare lavori pesanti». Avrei voluto usare un tono perentorio, ma ne uscì un miagolio umiliato.

«E chi li ha chiesti? Mi serve un aiuto, non Ercole».

Maledìi la segreteria della scuola per non aver informato il fattore della mia situazione. Avvampando alzai il pantalone destro, ma l’orlo stretto si bloccò a metà polpaccio.

«Prurito?» chiese lui.

«Porto una protesi». Parole spinte fra i denti stretti.

«Quindi? Io ho chiesto una mano non una gamba».

«Non è divertente» ribattei, ma non con la forza che avrei voluto, perché tutta convogliata a trattenere le lacrime.

«Mai stato così serio. Non sono io a vedere dei limiti».

Ribollivo di rabbia e terrore come non mi era mai successo. La testa mi scoppiava, l’umiliazione andava a rinfocolare la rabbia che si accumulava aumentando la pressione, il desiderio unico era quello di fuggire. Mi trovai dinanzi a un bivio da manuale: emettere un SOS per farmi recuperare da mia madre o sottomettermi al despota. Scelsi il secondo.

Provavo odio nei suoi confronti, un maledetto ariete che, in un sol colpo, aveva demolito il castello di aspettative che mi ero creata. Sognavo un’oasi, una zona franca dove fingermi normale, invece, mi ritrovai a essere un animale da soma da ricompensare con una ciotola di riso.

«Vieni!» ordinò, ritenendo chiusa la discussione. Lo seguii stringendo i pugni, avrei voluto mandarlo a quel paese, ma l’orgoglio accecava la ragione spingendomi a combattere come un lottatore messo in un angolo. Attraverso un varco entrammo in un recinto dove pascolavano due cavalli. Il più vicino era un baio dal pelo lucido, la criniera fluente e uno sguardo fiero da puledro purosangue, poco oltre c’era un ronzino dal pelo sorcino, emaciato e dal vigore di un lombrico.   

«A te affido Macello» disse. Istintivamente associai il nome al derelitto. Avrei, quindi, dovuto strigliare, spazzare, lavare e bardare un maledetto brocco che puzzava più di un muflone muschiato? Perché non il purosangue? Voleva affidare un derelitto a una menomata?

«Ma si chiama Marcello o Macello?» domandai. Mi ripugnava rivolgergli la parola, ma speravo d’aver capito male.

«Macello».

«C’è un motivo?»

«Perché era diretto al macello», rispose, «era ridotto male. Al padrone serviva un cavallo da lavoro, ma il bischero», diede una pacca sul garrese dell’animale, «ha il cuore deboluccio».

Guardai il cavallo negli occhi. Quello destro era cecato.

«E come mai è finito qua?»

«Quando porti un animale al mattatoio pare intuirlo: s’impunta. Macello, invece, era mansueto».

«Quindi le ha fatto pena e lo ha messo a riposo da lei» terminai la frase, per chiudere il discorso.

«Affatto!» ribadì, «non è stata compassione. Diciamo fiuto per gli affari. Per il vecchio proprietario i cavalli devono essere buoni solo per correre, per lui Macello era un peso morto. Io, invece, l’ho guardato senza preconcetti e ho visto un animale perfetto per i bambini. Con pochi euro mi sono preso un cavallo che da cinque anni uso per l’ippoterapia».

«Ma rimane un cavallo mezzo azzoppato».

«Questo è quello che vedi con l’idea che un cavallo se non corre, salta o tira una carrozza deve per forza pascolare ozioso. Io vedo un animale docile che trasmette delle emozioni che un purosangue non saprebbe dare».

Non seppi mascherare una smorfia d’incredulità.

«Imparerai a conoscerlo» concluse. Preso il cavallo, poi, mi insegnò a condurlo, dissellarlo e strigliarlo. Azioni che avrei ripetuto quotidianamente, assieme allo spazzare il box dal letame, assicurargli la razione di fieno e biada, portarlo nel tondino a passeggiare quando non doveva lavorare. Praticamente ero la sguattera dell’equino; con i bambini ebbi poco a che fare. Nonostante tutto, però, non provavo astio nei suoi confronti: l’odio era indirizzato interamente verso il bifolco che, saccente, non perdeva occasione per riprendermi per una disattenzione o un lavoro impreciso.

Macello era goffo, cecato e ogni respiro pareva essere l’ultimo, eppure, i bambini erano felici montandolo. Una sera ne vidi uno che, appena sceso dalla sella, gli strinse il muso con le lacrime agli occhi: era l’ultima passeggiata, per lui il campus era finito. La stessa sera, riponendo le briglie nella selleria, passai accanto a una porta socchiusa, la curiosità mi spinse a entrare. Era una piccola stanzetta bianca, con al centro un tavolo con dei fogli da disegno e dei pastelli colorati, ma a sorprendermi furono le pareti: sparsi in modo disordinato c’erano incise firme, scarabocchi, impronte di mani, disegni e fotografie.

«Sono i saluti che i ragazzi lasciano a Macello». La voce del fattore mi fece trasalire. «Ragazzi che, grazie a lui, magari solo per qualche ora, hanno fatto pace con il mondo».

Nelle foto un campionario di disabilità di vario grado. Lo sguardo mi cadde poi su di un braccialetto di corda colorata con infilate alcune conchiglie, uno di quelli che i vucumprà regalano in spiaggia in cambio di un’offerta.

«Quello era il bracciale portafortuna di Oreste» disse il fattore, indicando una fotografia. Gli occhi giulivi di un ragazzino guardavano dritto nell’obbiettivo della camera fotografica. Il sorriso era radioso mentre, in sella a Macello, ne stringeva il collo con le braccia. Anche il cavallo pareva guardare il fotografo con l’unico occhio buono. Se mai un’immagine potesse rappresentare appieno un’emozione, quella fotografia sarebbe stata la perfetta raffigurazione della gioia.

«Lo ha portato sua madre» riprese l’uomo, indicando il bracciale. «L’ultimo desiderio di Oreste: un dono per il suo destriero». Guardai, forse per la prima volta, l’uomo dritto negli occhi, erano asciutti, eppure la voce era incrinata. Fissava la fotografia rievocando chissà quali ricordi.

«Macello è stato il suo ultimo pensiero. Sono pochi gli esseri umani che possono vantare un privilegio simile».

Da quella sera iniziai a guardare il cavallo con occhi diversi: sparì l’afrore della stalla, lo schifo nello spazzare il letame, ripulirne il manto dalla polvere impastata al sudore, provavo quasi invidia osservando i bambini che lo montavano a turno.

La notte, stanca morta, stendendomi sul materasso saggiavo il paradiso; a schiena rigida sprofondavo in un narcotizzante abbraccio. Ogni muscolo doleva, anche quelli di cui ignoravo l’esistenza, erano così indolenziti da rifiutare qualsiasi movimento, la testa svuotata di ogni pensiero scivolava in un sonno profondo: troppo stanca per pensare.

Oggi non so quantificare quanto quel mese di lavori forzati mi abbia cambiata, certamente mi ha fatto crescere. Con il senno di poi mi sono resa conto che il fattore, nella sua rude sincerità, aveva toccato il mio nervo scoperto: volevo essere trattata da persona normale, ma non accettavo di perdere gli esoneri alle responsabilità. In casa, e fra gli amici, vivevo in una teca di vetro, lasciavo i lavori e le responsabilità agli altri nascondendomi dietro una inadeguatezza mai certificata. Quell’uomo, servendomela su di un piatto di porcellana, mi fece saggiare la normalità perché, per lui, non avevo nulla di meno e nulla di più di qualsiasi altra persona. Uno sguardo che non avevo mai visto nemmeno nei miei genitori. Sbattendomelo in faccia, aveva dimostrato che usavo lo stesso metro che dicevo voler combattere: giudicavo a prima vista basandomi a preconcetti come feci per Macello. Combattevo contro il mondo, ma il mio primo nemico ero me stessa.

Fu una lezione che non assimilai subito, forse accecata dall’inconsapevolezza dell’adolescenza, ma se oggi, ormai adulta, ho fatto pace con il mondo è anche grazie a lui e a Macello. Ora adoro l’estate, oziare su di un lettino al bagno Florida, fissando il cielo che, sopra al mare, è ancora più azzurro.

 

Di Pierangelo Colombo 


Racconto edito nella raccolta: La filosofia dell'acqua. 

Condividete pure, ma non dimenticate di citare l'autore 😊

 


giovedì 19 giugno 2025

Un'estate che cambia tutto: esce la versione digitale di Come un temporale estivo.

 Da oggi è disponibile su Amazon Kindle la versione digitale del romanzo di formazione di Pierangelo Colombo, Come un temporale estivo, vincitore della XXIII edizione del Premio Letterario "Il Litorale" 

Dopo la pubblicazione del 2021 con Porto Seguro Editore, e aver conseguito diversi riconoscimenti, fra cui la vittoria del Premio Letterario "Il Litorale" nel 2022, esce oggi la versione ebook di questa storia sorprendentemente attuale, capace di parlare agli adolescenti ma anche agli adulti in cerca di emozioni autentiche.


La trama ruota attorno a Laura, una quindicenne ironica e disillusa, costretta dai genitori a trascorrere l'estate in un paesino di montagna dove sembra che il tempo non sia mai passato. Lontana dai social e dalla città, Laura si trova improvvisamente immersa in un mondo di silenzi, ritmi lenti e incontri che le cambieranno la prospettiva nel guardare le cose.

L'incontro con Marco e Red - due personaggi fuori dagli schemi - diventa il punto di svolta di un'estate all'apparenza inutile, ma destinata a lasciare un segno profondo.

Con una scrittura limpida, coinvolgente e punteggiata da ironia, Colombo firma un romanzo che affronta i temi dell'identità, dell'amicizia, della diversità e del difficile equilibrio tra crescita personale e rapporti famigliari.

Il libro pubblicato su Amazon Kindle, è già disponibile in formato eBook, con copertina evocativa e una struttura narrativa che lo rende perfetto anche per lettori più giovani.

Un romanzo che si legge come una brezza estiva ma colpisce come un temporale improvviso.

Come un temporale estivo è disponibile su Amazon:

Clicca qui

venerdì 26 luglio 2024

La filosofia dell'acqua, il primo racconto

 

COLPITA IN VOLO 



LA FILOSOFIA DELL'ACQUA 

Il primo racconto: COLPITA IN VOLO


La scrittura è pulita e priva di sbavature, ogni parola è pesata e misurata, non un lamento, non un moto di stizza. Certi destini si accettano e basta. Colpisce come un pugno nello stomaco l'ultima frase della vecchia madre. Parafrasando I Pink Floyd: "The dark side of the mom ".

Elisabetta Piras


Primo class. IX ed. Premio letterario Nuovi occhi sul Mugello




lunedì 22 luglio 2024

LA FILOSOFIA DELL'ACQUA

 Mugello, 20 luglio 2024.

Presentata al pubblico e alla stampa la nuova antologia di Pierangelo Colombo.




LA FILOSOFIA DELL'ACQUA, questo il titolo della nuova raccolta d'inediti pubblicata dalla N.O.S.M EDITORE. Otto racconti che, come illustrato dalla dott.ssa Annamaria Pecoraro, direttore editoriale, diventano mezzo di comunicazione, d'incontri, di sfoghi, di scambi e intrecci.

Un'antologia che ben si presta a questo periodo di vacanze: un libro tascabile ideale da portare in spiaggia sotto l'ombrellone, in un picnic in montagna, durante i viaggi in treno o in bus, nel louge aeroportuale attendendo l'imbarco o durante il volo aereo. I racconti ben si offrono per una lettura nei ritagli di tempo o durante brevi pause. 

I temi toccati sono variegati: racconti ironici, satirici, pungenti, riflessivi dove è facile ritrovarsi prendendo lo spunto per una riflessione. In questo percorso catalizzante, ritroviamo l’indifferenza, la paura, la solitudine, il dubbio, la frenesia, la scoperta, la voglia di reagire e di lottare diventando uomini e donne un po’ più consapevoli o coscienziosi. Facile è calarsi nelle storie dei personaggi, dove è possibile poter ritrovare un pezzettino di noi. Ha spiegato Annamaria, la penna di Pierangelo ci accompagna nel viaggio tra le vite, filosofando e scorrendo via come un fiume.

Racconti inediti che hanno ricevuto importanti riconoscimenti in diversi concorsi letterari a livello nazionale come: Il profumo della terra, premiato alla XXI ed. del premio "L: Raperelli"; Colpita in volo, primo classificato nella IX ed, premio Nuovi Occhi sul Mugello; Il cielo sopra il mare, premiato nella XXIII ed, premio Antonianum 22; Il volo dell'aquila, terzo classificato nel premio Città di Verona; E' tutto quello che ha, premio Appunti per il cuore.

Un libro adatto ad ogni tipo di lettore, dove ognuno potrà provare empatia nei confronti dei vari personaggi e vicende del vissuto quotidiano.




sabato 25 novembre 2023

Nessuno si senta escluso

NESSUNO SI SENTA ESCLUSO


Questa giornata sta per volgere al termine, è stata costellata di momenti di riflessione, proteste, riflessioni e proposte, ma anche di non curanza. Troppi gli uomini che con la frase io non sono così hanno dimostrato una miopia assoluta nei confronti del problema della disparità di genere. Miopia che si limita a vedere solo la violenza, il fatto di cronaca che, purtroppo, sono solamente la punta dell’iceberg. Sarebbe da ipocriti affermare d’essere al di fuori del problema, perché ogni volta che si giudica la capacità o il pensiero di una donna anche di un solo grado inferiore del proprio, solo perché femmina, si commette una violenza contro la ragione. Distinguere con il sono cose da femmina; non captare l’enorme differenza fra il dare del cogli**e o della zocc**a all’idiota che non ti ha dato la precedenza con l’auto; fare delle discriminazioni fra figli maschi e femmine; ridere sguaiatamente quando nel branco l’ignorante di turno se ne esce con una battuta sessista; considerare mascolino saper installare una app nello smartphone e svilente saper programmare un ciclo di lavaggio di capi delicati ci si rende colpevoli. Colpevoli d’ingiustizia.
Facciamo, quindi, in modo che domani non sia solo il 26 novembre, che tutto venga relegato alla memoria volgendo lo sguardo alle compere natalizie e ai panettoni. Facciamo in modo che da domani ognuno, perché nessuno si senta escluso, faccia la propria parte, iniziamo con il rispetto, verso le donne, ma anche verso l’umanità. Perché il vero traguardo è quello di arrivare tutti assieme, tutti uniti in una vera uguaglianza universale.

25 novembre, per dire BASTA!

25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne; "mai come in questo periodo si sente il dovere..." frase che, ogni anno si ripropone riferendosi ai fatti di cronaca che indirizzano l'attenzione a una problematica che, in realtà, affligge la nostra società ogni giorno. Facciamo che ogni giorno sia un 25 novembre finché non festeggeremo la giornata dell'uguaglianza universale.
Ora, però, è nostro dovere riflettere e pretendere che tutti si sentano coinvolti in questa lotta all'ignoranza. 
Vorrei dare un mio contributo, seppur piccolo, dedicando questo racconto breve a chi, con tenacia, lotta per ritrovare una propria indipendenza, perché la libertà è un diritto inalienabile.  


 Il volo dell’aquila

 

  Il movimento è essenziale, l’universo stesso è un’esplosione in costante espansione; la materia, la vita è in continuo mutamento. Il calore è prodotto dalle vibrazioni delle molecole; i cadaveri sono freddi. 
  Un lungo cammino inizia da un primo piccolo passo recita l’adagio, vincere l’immobilismo è quindi il principio. Lara ne è consapevole, è abbastanza intelligente da capire che nessuno recapita a domicilio successi ed esperienze. Sa che la vita, quella vera, pullula al di fuori delle solide mura domestiche. Ogni giorno il fato getta nell’aria i semi delle opportunità; a volte granelli minuscoli, quasi impercettibili, ma se afferrati e adagiati su di un semenzaio fertile, germoglieranno radicandosi nel terreno. Saranno, tuttavia, le cure riservategli a permettere alla pianta di dare frutti.
  Lara, però, teme il mondo, anche se odia la vita che conduce; un bruco che desidera farsi farfalla, ma prova terrore al pensiero di rompere il bozzolo dove si è rifugiata. Un guscio che la ripara, ma non le permette più di respirare. Le pareti di casa sembrano stringersi come l’interno di un palloncino che va sgonfiandosi. Il sofà non è più placebo, ora le rimane soltanto il letto: quell’istante in cui, spegnendo la luce, tutto svanisce lasciando la sola sensazione di lenzuola pulite e tepore. Un battito di ciglia che la riconcilia con il vivere. Più duraturo, invece, un bel bagno caldo: immergersi nel surrogato del liquido amniotico, rievocando il battito materno.  
  Immersa nell’acqua ne assorbe il calore, ascoltando il ritmico gocciolio del rubinetto. Inspira profondamente lasciandosi pervadere dal profumo di mandorla del bagnoschiuma. Lo stato d’ansia pare assopirsi, i pensieri stemperarsi nel vapore che aleggia nell’aria, smorzando la cognizione del tempo. Sgravata dal peso corporeo resta immersa finché le dita avvizziscono.
  Sedutasi sul bordo della vasca si stringe nell’accappatoio; una goccia, addensandosi, scivola verso il basso percorrendo lo specchio appannato. Non sopporta la visione opaca, l’immagine sfocata che vi si riflette. Presa una salvietta asciuga la superficie spaventandosi del proprio pallore; gli occhi rifuggono la realtà, cercando l’unico elemento del corpo accettato: i lunghi capelli ricci.
  Sfilandosi l’accappatoio si volta mettendosi di profilo, non sopporta la vista frontale; eppure, gli occhi non si staccano dal riflesso, lo sguardo scivola via dai capelli, sfiorando il collo segue la sinuosità della spalla soffermandosi sulla scapola.
  «Cos’è questa?» chiese un giorno, ancora bambina, alla madre.
 «Questa?» rispose la donna, sfiorando la lieve protuberanza che la bimba indicava contorcendo il braccio.
   È l’attaccatura per le ali» rispose la donna.
  «Ali?»
  «Sì, le ali. Se avrai coraggio e crederai in te stessa, un giorno avrai delle ali con cui volare.»
  «Perché tu non le hai? E nemmeno papà?»
  «Tutti le abbiamo, ma non sono visibili. Le mie, ad esempio, mi hanno permesso di raggiungere la vetta più alta del mondo.»
  «Sei stata sull’Everest?» chiese sbalordita.
  «Molto più su.»
  «Ma è l’Everest il monte più alto» ribadì la bimba.
  «Da dove ero io, L’Everest pareva una piccola cunetta.»
  «Mi prendi in giro» ribatté la piccola, imbronciata.
  «Quando sei nata tu» spiegò la madre, «ho raggiunto il punto più alto del cielo: il culmine della felicità. E sono state le ali, che mi sono costruita, a portarmi fin lassù. Ali tessute di sogni, ma soprattutto fatica e amore.»
  «Anch’io avrò delle ali?» chiese la bimba, perplessa.
  «Certo. Ma non basta avere delle ali, anche la gallina le ha, ma non può che fare dei piccoli balzi. Per imparare a volare occorre credere in sé stessi e non perdersi mai d’animo. Tentare e ritentare, e ogni volta che si precipita a terra rialzarsi per riprendere il volo. E se vuoi librarti in alto come l’aquila, devi farti delle ali grandi e potenti come le sue, con sacrificio e volontà, perché, l’aquila, per spiccare il volo ha bisogno di spazio e forza.»
  Lara ripensa a quella vita, così diversa e lontana nel tempo da sentirsi la protagonista di due film diametralmente opposti.
  Aveva provato a volare, ma le sue ali erano delicate e, come Icaro, avvicinatasi troppo al sole si erano bruciate: l’uomo che avrebbe dovuta proteggerla ne aveva sbiadito ogni splendore, riducendola a dolore. Una storia lunga, dal finale liberatorio, ma è difficile cancellare il passato che, se non immunizzato, diviene un vortice di depressione.
  Ora, seppur libera, prova il peso della solitudine, un senso che, come un vuoto d’aria, toglie portanza alle ali facendola precipitare. La terapeuta le ha fornito un paracadute, certo, ma questo rallenta solamente la discesa. È consapevole del compito che l’attende: saper attutire il contatto con il suolo, riprendere fiato e, spiegando le ali, riprendere il volo. Ma avere i piedi per terra la disarma: uscire da casa, lasciare il sofà per affrontare nuovamente il mondo le incute una paura folle. Come potrà ritrovare la fiducia verso l’umanità? Abbandonarsi a un altro uomo o confidarsi con delle donne che, svestiti i panni dell’amicizia, le hanno voltato le spalle? Ritrovare quel senso di protezione tradito da chi, sminuendo, non ha teso la mano a trarla dalle spire del mostro? 
  Non sopporta più, tuttavia, la solitudine; la bolla in cui si è rifugiata sa di stantio. Sente il bisogno di spazi aperti, di socialità, anche se il solo pensiero le mette i brividi. Per mesi è stata una mosca che, attratta dalla luce, batteva continuamente la testa sul vetro, quella barriera interposta fra lei e la vita. Ora è il tempo di spalancare la finestra e librarsi nell’aria.
  Trema come una foglia dinanzi all’uscio di casa, l’uscita non ha come meta il rassicurante studio della terapia, è un volo senza paracadute, senza destinazione prefissata se non tornare a vivere. Nessun attacco di panico, ma l’ansia d’incappare in un nuovo mostro, l’ennesima delusione.
  Gira la maniglia scostando di poco l’uscio, con il rumore della città entra un refolo d’aria. Inspira profondamente controllando un principio di vertigini. Il bagaglio del passato, che non potrà mai abbandonare, non le schiaccia più le spalle. Si sente vestita, protetta dagli sguardi della gente. Lei è la vittima non la colpevole, ha il diritto di pretendere nuovamente la felicità, ha le forze per ritrovare sé stessa. Vuole tornare a volare come sua madre, regale come un’aquila, ma come tale necessita di un potente slancio per decollare, di spazio e coraggio.
  Scende gli scalini senza aggrapparsi al corrimano, la fronte alta, il passo deciso. Si sofferma sul marciapiede, osserva la gente che cammina spedita verso i propri obiettivi. Inspira nuovamente e, puntando verso il proprio, spicca il volo.    



Racconto edito di Pierangelo Colombo, classificatosi terzo nel Premio Città di Verona.

Condividete pure, ma non scordatevi di citare l'autore. 😀

sabato 18 novembre 2023

La penna o la spada?

 



  In momenti come questi mi chiedo se veramente la penna sia più forte della spada: la rabbia è tale che metterla per iscritto non è semplice, oltre che sembrare inutile. Il desiderio, a caldo, è quello della vendetta. Ma a chi gioverebbe? A placare la rabbia, certo, ma non a creare un futuro migliore; e allora, riflettendoci, forse è vero che con la penna si può fare qualcosa: educare e creare consapevolezza. E a tutti propongo di chiedere a gran voce una presa di coscienza, chiedere, pretendere, che i governanti, rinunciando al populismo d’occasione, pensino a introdurre nell’insegnamento scolastico quello che nelle famiglie latita: l’educazione affettiva. L'educazione all'affettività ha l'obiettivo di sviluppare l'intelligenza emotiva a partire dalla consapevolezza delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni e dei propri sentimenti e di accrescere le abilità affettive con l'obiettivo di favorire una buona relazione interpersonale.

venerdì 13 ottobre 2023

Hirpu, il cacciatore; la mattanza

 


Brennu fece un cenno ad Artal che, appoggiato a un tronco, aspettava con l’arco in posizione di tiro. Al segnale, estrasse una freccia dalla faretra, soppesandola, ne portò la punta a contatto del Torque che portava al collo, ne inserì la cocca al centro della corda e tese l’arco per tre quarti, avvertendo nelle braccia tutta la resistenza del legno incurvato. Puntò la cuspide verso il petto della bestia scelta per aprire la caccia. Il giovane cervo stava brucando a una ventina di passi da lui. Dominando l’ansia, l’arciere prese la mira, conscio che un tiro ben assestato avrebbe sorpreso la vittima, concedendogli l’opportunità di un secondo tiro. Un movimento deciso e le dita mollarono la cocca.

mercoledì 11 ottobre 2023

Hirpu, il cacciatore; il sogno di Artal

  


La mente volò lontana in terre straniere, fantasticando sulla maestosità dei paesi descritti da vecchi mercanti nomadi. Ricordava le meraviglie di Genua, la città che sorgeva sul confine fra terra, cielo e mare, e che aveva visitato assieme a suo padre quando vi era stato inviato come ambasciatore. Rammentava i palazzi, le stoffe, le spezie, i metalli e le pietre preziose commerciate al porto. Le lingue straniere udite fra i mercanti. 

Sognante, ripensò ai racconti di quel vecchio marinaio fenicio dal nome impronunciabile che, proveniente dalle terre dove sorge il sole, narrava di capitali tanto fantastiche quanto remote. Città fortificate, i cui giardini, stupefacenti, crescevano su terrazzi costruiti nel bel mezzo di un deserto, dove l’acqua era un bene più prezioso dell’oro. Città sulle cui torri altissime svettavano templi ricoperti d’oro, in cui gli dèi potevano albergare mostrando la propria potenza. Immaginava quel porto dominato da una statua colossale, dalla cui fiaccola s’alzava un rogo visibile per miglia e miglia. Ricchezze nascoste nelle tombe di re; tesori così grandi da non poter essere descritti. Mausolei dalle dimensioni inimmaginabili. Templi in cui l’aria profumava d’incenso, mentre giovani vestali, dalla bellezza sopraffina, accoglievano i pellegrini onorando la dea Afrodite.

lunedì 9 ottobre 2023

Hirpu, il cacciatore; la caccia

 


In breve tempo, tutti furono pronti. Galvanizzati, fecero attenzione a evitare il minimo rumore, aggirandosi come ombre furtive nella boscaglia per accerchiare il branco. La pioggia finalmente giocava a loro favore, smorzando lo scricchiolio di foglie e rametti secchi e, soprattutto, diluendo nell’aria il loro odore. 

Ognuno occupò il posto assegnatogli, così d’essere in postazione quando, alle prime luci dell’alba, sarebbe iniziata la caccia. Fu una nottata lunga: la pioggia cadde a intermittenza e con varia intensità, intervallata da folate di vento che, mulinando fra le fronde, producevano suoni sinistri. Appoggiati chi al tronco di un albero, chi a un masso, dormirono con il bug stretto fra le mani.

venerdì 6 ottobre 2023

Hirpu, il cacciatore; il branco

 


La luce del giorno stava ormai calando d’intensità quando giunsero al bivacco degli esploratori. Il cielo plumbeo prefigurava una nottata priva del ben che minimo spiraglio di luce. Neppure il tenue sfavillio delle stelle avrebbe offerto sostegno al manipolo di uomini.

Trovarono i compagni seduti, sparpagliati in una piccola radura quasi pianeggiante; inermi sotto la pioggia battente, avvolti nei mantelli scuri con il cappuccio a coprirne la testa e le mani a conca dinanzi la bocca a trattenere il calore del fiato. Grigi e silenziosi, parevano spiriti dei boschi.