di Pierangelo Colombo

venerdì 2 dicembre 2022

Le radici e le ali

Le radici e le ali




    «Scusa se ti ho chiamato, ma ero spaventata, non sapevo a chi…»
   «Non dirlo nemmeno per scherzo, i fratelli a cosa servono? Se non ci si aiuta fra noi… Piuttosto, come sta Andrea?»
   «Non lo so. Non dicono nulla. Dal pronto soccorso l’hanno portato in terapia intensiva; i medici vanno e vengono senza degnarmi di uno sguardo. D'altronde, sono solo la compagna» sbotta, accentuando il termine. «Non portando un anello al dito, non ho diritti. Lui è incosciente, non può dare il consenso». Marta parla con affanno, la voce incrinata dall’ansia.
   «Vedrai che andrà tutto bene» la rassicura Massimo, il tono, però, non ha il risultato sperato. È la prima volta che vede la sorella in questo stato. Ne è sconvolto, solitamente è lei a dare fiducia, vederla scoraggiata è disarmante.
   «Mi sento in colpa; se solo avessi capito prima…» esclama Marta, abbracciandolo. Trattiene a stento il magone. «Ieri, a cena, era strano, avrei dovuto capire; era inappetente e, soprattutto, confuso. Straparlava, chiedeva notizie di Carlotta, ma si erano sentiti due ore prima, al telefono» spiega, concitata. «Gliel’ho detto e mi ha guardata stranito, come fossi io a vaneggiare; qualche minuto di silenzio e poi ha ricominciato a chiedere di lei».
   «È possibile che, con tutti i farmaci che assume, abbia avuto un’intossicazione». Massimo tenta di tranquillizzarla, ma lei è assente, occupata a scavare nelle macerie del terremoto emotivo.
   «Ho pensato avesse la febbre» prosegue Marta. «Ma era fresco, diceva di non avvertire nulla fisicamente; persino i soliti dolori sembravano dargli tregua». Sospende il racconto vedendo entrare un infermiere. Trattiene il respiro auspicando notizie, ma il ragazzo passa oltre.
   «Sembrava alienato» riprende. «Mi guardava senza riconoscermi. Volevo portarlo al pronto soccorso, ma lui ha insistito di no. Diceva di star bene e che in ospedale ci doveva venire oggi, per la visita di controllo. Dopo cena sembrava essersi ripreso: era vigile e lucido».
   «Ma quando è stato male?» Taglia corto Massimo, consapevole che la prolissità della sorella sarebbe stata amplificata dalla tensione.
   «Questa mattina» risponde lei, scossa da un brivido. «Non riuscivo a svegliarlo, rispondeva a mugugni, aveva lo sguardo spento. Ho chiamato l’ambulanza e subito dopo te».
   «I paramedici hanno detto nulla?»
   «No. Gli hanno messo l’ossigeno, un’iniezione di non so cosa e poi ci hanno portati qui».
   «Devi essere forte». Marta sussulta a queste parole. Sono mesi che è consapevole dell’ineluttabilità di questo momento, ma ora, dinanzi a una prima scossa, si trova disarmata sentendosi un nano che deve affrontare un gigante impietoso.
   «Hai avvisato Carlotta?» chiede Massimo.
  «Sì, le ho detto del ricovero di suo padre, ma sono stata vaga per non farla spaventare. Mi ha richiamato poco fa, piangeva; prende il primo volo, ma da loro è piena notte».
   «Vado io a prenderla all’aeroporto».
   «Mi sento in colpa» confessa Marta.
   «Hai fatto quello che potevi. Non puoi rimproverarti nulla».
  «Gli ho nascosto la verità!» ribatte, con irruenza. «Gli ho dato una speranza inesistente. Nascosto il fatto di essere condannato senza permettergli la possibilità di… prepararsi. Non sopporto più questa situazione; pensavo di parlargliene in questi giorni, ma non ho trovato il coraggio. Ora però, non posso più rimandare; quando si riprende…» L’emozione ha il sopravvento.
   «L’avete fatto per lui» la interrompe Massimo, vedendola in lacrime. «Tu e Carlotta avete preso la decisione migliore. Andrea non avrebbe accettato la malattia, lo conoscete meglio di tutti, avrebbe fatto un colpo di testa, per sgravarvi dalla situazione. Carlotta stessa ti ha chiesto di tacere». 
   «L’abbiamo fatto per lui o per noi?» confessa Marta.
   «Per una speranza» ribatte Massimo. 
   «Già, speranza» replica Marta, disillusa. «Ma ora non ce la faccio più! Vederlo soffrire, imbottirsi di antidolorifici rassicurandolo che si tratta di una malattia lunga, ma che deve aver fiducia nei medici. Trattarlo come un bambino zittendone i lamenti». Sospira guardando il soffitto. «Ultimamente poi, ne sono convinta, non mi crede più. Ha perso quindici chili; fare dal soggiorno al bagno è diventato uno sforzo inumano; non si regge nel fare due passi, capisci, lui che ha corso la maratona di New York, ora vive gli ultimi giorni in un’alternanza fra narcosi e sonno. È straziante vedere un’anima libera bloccata a letto a bramare il mondo, la vita, al di fuori di una finestra». Marta si allontana da Massimo, approssimandosi alla porta dai vetri satinati, fissa il cartello che vieta l’accesso ai non autorizzati. Come può, si chiede, la mancanza di un documento, che certifichi la loro unione, impedirle di vederlo? Il loro amore è forse difforme se non sancito a norma di legge? Un anello può fare da salvacondotto a una cinica ex moglie, ma a lei, che condivide con lui sofferenze e preghiere, non è dato d’essere ammessa. La rabbia monta vorrebbe prendere per il bavero il primo medico, infermiere, inserviente che le passa a tiro facendosi strada a forza. Il cuore ha un sussulto quando, spalancandosi la porta, vede uscire un’infermiera. Gli occhi di Marta frugano furtivi nel piccolo reparto; da una finestrella scorge un paziente intubato, difficile riconoscerne i tratti. Percepisce un bip ritmato, pensa al cuore del suo Andrea. Un groppo in gola le impedisce di chiedere, implorare notizie all’infermiera che si allontana. La porta si richiude smorzando ogni legame fra lei e quel bip. Battito che, furtivamente, controllava nelle notti insonni; abbracciandolo sul fianco, appoggiava la testa sul torace, godendo del suo calore, attenta a non fargli male, incredula nel vedere il corpo del proprio guerriero farsi fragile. Le lacrime a bagnarne la giacca del pigiama, maledicendo il destino che non concedeva la fievole speranza di una cura, seppur devastante.
   «I parenti del sig. Bonini?» domanda un giovane medico.
   «Sono la compagna» risponde Marta. «La figlia vive a Boston». Avrebbe potuto mentire, spergiurare d’esserne la moglie, ma sarebbe equivalso a rinnegare la decisione di non omologare il loro amore con della burocrazia. Si bastavano: in due colmavano l’universo, il resto non importava.
   Il medico mostra titubanza, non ha ancora l’esperienza e il distacco necessari in questi casi. «Il paziente è stabile» informa, rompendo gli indugi. «In mancanza di un famigliare, posso solo dire che non è vigile e non risponde agli stimoli».
   «Sì, ma cosa…» irrompe Marta, spazientita.
   «Mi spiace, è presto per dirlo» risponde il medico, prima di andarsene. Massimo le si avvicina, Marta inizialmente ne rifiuta l’abbraccio per poi abbandonarsi in un pianto isterico. Non trattiene più la rabbia sentendosi discriminata, sola ad affrontare una battaglia verbale con dei sordi.
   I minuti scorrono con il contagocce; seduti nella sala d’attesa i due non parlano, solo gli sguardi si rinfrancano a vicenda. Lo stomaco chiuso dall’ansia. Nell’aria l’odore di disinfettante e il brusio delle lampade al neon. Radi parenti passano indossando grembiuli verdi, mascherina e soprascarpe. Marta li scruta con rabbia, invidia. Consulta spesso il cellulare attendendovi un cenno da Carlotta che, figlia del paziente, avrebbe titolo a ricevere informazioni.
   Attesa interrotta dalla chiamata di un altro medico; la situazione sta precipitando, quindi, senza pretendere credenziali, convoca Marta in una stanzetta richiudendo la porta dietro di loro. Massimo si avvicina per carpirne le voci, ma nulla trapela dal piccolo ambiente. Il colloquio è breve, l’uscio si spalanca lasciando uscire il medico. Massimo fruga nella penombra scovando Marta seduta su di una seggiola. Le mani a coprirne il volto.
   «Avevano detto tre mesi!» esplode lei, rabbiosa e delusa. «Avevano detto tre mesi e adesso, invece, si rimangiano la parola. È questione di ore, capisci, mi tolgono anche il tempo per stare con lui. Non sono ancora passati tre mesi». È fuori di sé, a parlare è la disperazione.
   «Calmati, non serve a nulla la rabbia».
   «Calmati un accidenti!» sbotta. «Io li denuncio tutti, non possono farmi questo. Io lo amo. Devo parlargli» singhiozza. «L’ultima volta che gli ho parlato è stato per sgridarlo, capisci, come fosse un bambino capriccioso. Gli ho dato persino uno scappellotto, ero furiosa, volevo farlo reagire, spingerlo a combattere. Invece di abbracciarlo, l’ho rimproverato, gli ho visto le lacrime negli occhi e non riesco a perdonarmi». Il magone le spezza il respiro.
   «Soffriva come un cane» riprende. «I dolori dovevano essere infernali, sai quanti narcotici prendeva per non impazzire?»
   «Gli sei stata sempre vicino». Massimo è impacciato, non ha parole.
    «E adesso non posso nemmeno vederlo. Sono sicura che può sentirmi, devo dargli forza. Sembra coraggioso, ma è un uomo fragile».
   «È questione di ore. Appena arriva Carlotta darà l’autorizzazione e potrai entrare».
   «Non c’è tempo, Andrea è debole, il medico dice che è in coma, che non sentirà nulla, ma io so che mi vuole; ha freddo, è solo».
   Massimo la stringe a sé, sconvolto nel vederla così fragile e impotente.
   «Cosa farò adesso?» chiede, stringendosi al fratello. Massimo comprende che non si riferisce soltanto al presente, nella voce c’è l’amara consapevolezza di trovarsi dinanzi alla fine di un amore immenso. Una coppia che, traendo la forza l’uno dall’altra, ha saputo affrontare difficoltà ideologiche; erano i primi anni ottanta quando si erano conosciuti: faceva ancora scandalo una ragazzina che andava a convivere con un uomo dieci anni più grande, divorziato e con una figlia. Ma la loro un’unione fu così salda, da resistere alle bordate perfide di una ex moglie, all’orgoglio ferito dei genitori di Marta che per lungo tempo non le rivolsero la parola, e poi le amiche volatilizzate, il marchio della vergogna, invisibile ma indelebile al tempo stesso, mentre la figlia di Andrea l’accusava d’essere la causa del divorzio.
    Stretta in sé stessa, Marta prega qualunque divinità possa concederle un ultimo desiderio: pochi istanti, il tempo di vederlo un’ultima volta, chiedergli perdono. Avvampa d’imbarazzo non riuscendo a soffocare un pensiero che, nel lasso di un lampo, la riporta ad amplessi straordinari a sancire una riappacificazione. Distesi sul letto, sfiniti, con gli occhi lucidi e appagati. L’universo avrebbe anche poteva implodere in quel momento per loro, tanto avevano saggiato l’eterno.
    Un’infermiera si accosta a Massimo, portandolo in disparte. Marta ha un sussulto, tende le orecchie captando il loro bisbiglio. Vorrebbe alzarsi, ma l’occhiata compassionevole dell’infermiera la blocca. Trattiene il respiro, auspicando in un miracolo. Speranza spazzata dal tono brusco che, la stessa infermiera, inspiegabilmente usa alzando il tono: «A ogni modo, nessuno può entrare nella stanza, anche se i medici non ci sono. Intesi?»
    Frastornata, Marta guarda Massimo ringraziare in un sussurro la ragazza.
    «Dai, spicciati» la incita Massimo, avvicinatosi. «Indossa camice e mascherina; non c’è più tempo e, ricorda, è una tua iniziativa».
    Marta nemmeno ribatte, balza in piedi fiondandosi nella saletta, indossa camice e mascherina. Tremando come una foglia spalanca adagio la porta, segue il corridoio sbirciando fra le salette occupate. Lo scorge riconoscendone i capelli canuti, corti e arruffati. La porta è aperta, una spia lampeggia, gli allarmi sono disinseriti: l’infermiera segue i parametri dalla sala. Marta si avvicina in punta di piedi, con mano tremante gli pettina i capelli con una carezza, la maschera dell’ossigeno non le permette di baciarne la guancia, si limita a sfiorarla con il dorso dell’indice. Afferratane la mano, la tira a sé stringendola, sfiorandone il dorso con le labbra.
    «Perdonami» sussurra. «Il tuo dolore adesso è il mio. Non riesco a credere un giorno lontano da te, come posso “essere” senza te. Non ho amato nessun’altro, perché nessuno è come te. Credevo d’entrare per darti forza, ma, come sempre, sei tu il più grande, tu dai coraggio a me. Grazie d’avermi amata, grazie per tutto quello che sei stato per me. L’avermi fatto sentire donna, amata e protetta. Per avermi spronata, sgridata e lusingata; per avermi donato delle radici, con cui ancorarmi al terreno e delle ali, per farmi volare». 
   Il respiro è un sibilo sempre più flebile, la bocca spalancata nel tentativo d’acchiappare l’ossigeno che pare sfuggire. Gli occhi chiusi, le palpebre tremolanti. Marta quasi non si accorge, avverte solo un lieve fremito nella mano che stringe a sé, un’altra spia si accende, mentre il respiro cessa.
   L’infermiera si avvicina spegnendo le apparecchiature. «Mi spiace» sussurra. Gli occhi lucidi. «Sta per arrivare il medico. Meglio che esca».
   Marta depone delicatamente il braccio. «Posso…» chiede, indicando la maschera dell’ossigeno. 
   «Sì», risponde l’infermiera.
   Con i gesti delicati di chi rimbocca le coperte a un bambino, Marta libera il volto di Andrea; da tempo non lo vedeva così rilasciato, sereno nel riposo dei giusti. Chinandosi, lo bacia. «Ti amo, amore mio» sussurra, con un filo di voce.



Scritto da Pierangelo Colombo, edito nell'antologia Bucefalo e altri racconti.

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