di Pierangelo Colombo

giovedì 31 maggio 2018

La rondinella


“Essere madre è la gioia più grande del mondo, ma porta anche problemi, sfinimento, dolore. Niente al mondo ti potrà mai rendere più felice o più triste, più orgogliosa o più stanca. Perché nulla è complicato quanto aiutare una persona a sviluppare la propria individualità, mentre stai ancora lottando per conservare la tua.”
Margherite Kelly

Alla maternità, al coraggio, la forza di ogni madre e al dolore di chi, pur desiderandolo, non potrà  mai esserlo, dedico questo mio racconto.

 

La rondinella

    
Amo la primavera, l’energia corroborante che ridesta le membra fiaccate dal torpore invernale. Stagione che risveglia ricordi lontani: un’infanzia contadina quando, smesso il costume d’Arlecchino, tornavo a correre libera sui prati del disgelo. Adoro sentire la brezza, carica di polline, arruffarmi i capelli, inebriata dal sole. Sensazioni smorzate dalla vita metropolitana, che mitiga la simbiosi che ci lega al ritmo delle stagioni. Percezioni ancora vivide, al contrario, nella vita di campagna, dove la natura non smette di stupire con la sua poesia semplice e sublime. Vibrazioni dell’anima che non provo più, cancellate da una vita scandita da ritmi frenetici. Gabbia che, soffocandomi, non reggo più. La voglia d’urlare è tale che devo impormi autocontrollo. Mi rendo conto d’essere sull’orlo di una crisi di nervi: non sento più mia la vita. Mi accorgo d’essermi appiattita; al lavoro non provo desiderio di rincasare, così come m’è indifferente il lunedì mattino. Tutto puzza di stantio e logoro.
Fingo di dormire, sentendo Stefano alzarsi dal talamo nuziale; sembriamo due fratelli che condividono lo stesso appartamento, ma senza la stessa complicità. Difficile datare il declino di una storia nata con i migliori auspici. Fingo, dal bacio frettoloso all’orgasmo. Recito la parte della moglie carina in società, reprimendo, fra le mura domestiche, un’insofferenza a tutto ciò che è suo: dall’odore alla voce. Fingo di dormire, certa che non mi sveglierà: detesta udire la mia voce, di primo mattino. Sopporta le mie paturnie, quanto io le sue elucubrazioni sociopolitiche.
La notte porta consiglio, dicono, ma l’insonnia snerva tendendomi quanto un arco. Sarà la voglia di risoluzione, o la sindrome premestruale, non lo so, ma oggi sento il bisogno di staccare la spina: sono sfinita. “L’unico pesce che si lascia portare dalla corrente è quello morto”, un aforisma che ripeto come un mantra. Durante la veglia, ho pensato a mia madre, alla casa della mia infanzia, un placido casolare adagiato su di una collinetta contesa fra boschi di castani e robinie. Ricordi dolci, perfetta antitesi dei giorni venefici che sto sorbendo.
Mi alzo dal letto con indolenza; Stefano è appena uscito, non sarò costretta a saluti perniciosi. Il pensiero dell’ufficio, passerella di vestiti griffati su un tappeto di pura ipocrisia femminile, mi induce un conato di vomito. Sfuggo al mio riflesso nello specchio. La pressione nervosa raggiunge un livello incontenibile, una bolla pronta a esplodere al primo urto. La schiena è tesa quanto la corda di un violino. I pensieri nuotano in un miasma d’ansie e rabbia; compio gesti quotidiani senza nemmeno badare ai movimenti. Uscita sul pianerottolo, mi accorgo d’aver raccolto anche le chiavi dell’auto. Mi snerva riaprire l’uscio, le porterò con me. Scendendo le scale, non riesco più a trattenere il desiderio di fuga. Non alla “Thelma e Louise”, ma una semplice parentesi codarda, una boccata d’ossigeno.
Percorro il lungo viale controcorrente, osservando, nelle auto incolonnate nel senso opposto, visi assonnati, svogliati, isterici; cellule d’energia quotidianamente pompate nella città, ad alimentarne l’economia. Ne saranno espulse la sera, svuotate di vitalità e con qualche capello bianco in più.
Uscendo dal labirinto di palazzi, attraverso distratta l’hinterland. Riprendo a respirare percorrendo la campagna, mentre lo sguardo sfiora le colture appena increspate dal vento, mentre le montagne, lontane, segnano il confine fra cielo e terra. L’orologio perde ogni rilevanza: ora è il respiro a cadenzare il mio tempo. Voglio smarrirmi, naufragare sull’isola dei ricordi.
Il piccolo borgo pare eterno: pochi cambiamenti in quasi venti anni; qualche restyling alle case che, allineate, seguono parallele la provinciale. Mi fermo dal panettiere; visi forestieri accolgono le mie richieste, mentre la fragranza del forno è rimasta invariata. Eccitata, raggiungo quella casa che, amata e odiata, un giorno ritenevo mia. Le due ali del cortile mi accolgono come i ricordi che, vividi, mi abbracciano, emozionandomi. Immagini di giochi, pianti, risate, neve, sole; mi pare di riudire la voce calda di mio padre, degli amici. Avvicinandomi all’uscio, so per certo di trovare mia madre ancora a letto, sveglia e smarrita nei pensieri; indolente nell’affrontare l’ennesima giornata di solitudine.
Suono il campanello. Odo i passi avvicinarsi; gli scatti energici della serratura manifestano l’ansia cagionata dall’evento inatteso. L’uscio si spalanca guardingo, svelando la figura corpulenta di mia madre. Stupore e apprensione si contendono l’espressione del viso, rotondo e pallido. I capelli scarmigliati, le labbra sottili che restano immobili, senza parole da plasmare. Gli occhi, color mogano, frugano la mia figura per assicurarsi non sia un fantasma.
«Cosa…» Lascia la frase sospesa.
«Tranquilla, ho solo delle ferie arretrate. Ho pensato di passare a trovarti» mento. La sua espressione muta in emozione, mentre il mio cellulare vibra come un ossesso nella borsetta: è l’ufficio che confuta la balla appena raccontata. Non ho avvisato la mia assenza.
«Dai, entra!» ordina, estasiata come una bambina a Natale.
«Hai fatto colazione?» domando, porgendole un vassoio. Gli occhi le si illuminano percependo la fragranza delle brioche fresche.
Sedendomi in cucina, torno a respirare un’aria familiare, mentre sostengo a fatica il ritmo incalzante delle domande di mia madre. Un interrogatorio, però, che sciama in un’amabile chiacchierata. La tensione allenta la morsa, mentre la moka rilascia l’aroma del caffè. L’orologio a muro scandisce i minuti; il sole irrompe dalla grande finestra illuminando la stanza. Vecchie foto di una vita lontanissima spiccano nostalgiche sul mobile sbiadito.
«E Stefano? Sono mesi che non lo vedo» domanda mia madre. L’imbarazzo è palese, trapela da ogni sillaba storpiandone la voce. Quando batte le corde di quel pianoforte stonato che è la mia vita, dà fondo alla premurosità materna, evitando l’argomento famiglia e, soprattutto, bambini: è consapevole di quanto sia viva la ferita provocata dal referto di sterilità.
«Sta bene. Indaffarato, assente, stanco, ma in salute».
«Qualcosa non va?»
Trattengo a stento il magone, così come resisto all’impulso di balzare dalla sedia gettandomi fra le sue braccia. Istintivamente ha centrato il bersaglio: mi sento sola. Persino nella calca di un concerto rock mi sentirei sola.
La guardo negli occhi umidi: conosce il morso della solitudine. La sua, però, è irreparabile. Papà era parte di lei, i ricordi non bastano a riscaldarle il letto la sera, scacciare i silenzi o infonderle sicurezza. Pagherebbe oro per sentire ancora la rabbia di un battibecco. Un’antitesi dei sentimenti che provo nei confronti di Stefano.
Il pensiero di andarmene non mi turba; anzi, provoca un respiro liberatorio, da uscita in pieno sole dopo aver percorso una galleria muffita. Un desiderio di rinascita bloccato dall’ansia di rimettermi in gioco. Gettare alle ortiche le certezze, scavare nuove fondamenta su di un terreno sconosciuto.
Il desiderio d’aprirmi a mia madre si fa irresistibile, ma, conoscendola, blocco ogni iniziativa, conscia del dolore che riceverei tramite le sue opinioni. “Non sei più una ragazzina; la convivenza è fatta di rinunce e comprensione. Parli per rabbia; quando passa, ti ritrovi sola e pentita”.
Porto il discorso su papà; aneddoti che strappano un sorriso. I minuti scorrono veloci.
«Ti fermi a pranzo?» domanda, dopo aver visto l’ora.
«Pasta e fave?» chiedo speranzosa.
«Cara mia, per quella ci vuole tempo e preavviso». Sottolinea quest’ultima parola con una smorfia di rimprovero.
Vorrei aiutarla; rimpiango di non aver mai imparato a cucinare. La lascio armeggiare ai fornelli. A passi leggeri percorro il corridoio, seguendo il filo invisibile che guida l’inconscio verso quella che fu la mia cameretta. Entrandovi, compio un balzo a ritroso nel tempo. Dal giorno del matrimonio tutto è restato immutato: i libri, i peluche, i poster. Passo in rassegna i dischi in vinile e le musicassette. Oggetti che riemergono dal neolitico. Sorrido per i gusti musicali dell’epoca. Dai meandri della memoria, riaffiorano le note di canzoni sorbite mentre, sdraiata sul letto, sognavo baci, sguardi, amori impossibili oppure piangevo per un diniego o un vile tradimento. Avvicinandomi al comodino, noto che la sveglia è ancora funzionante: la lancetta dei secondi prosegue l’infinito girotondo. Guardandomi in giro, vedo che non v’è una particella di polvere; mamma non ha mai smesso di tenere in ordine la camera. Grande, seppur vana, è stata la speranza di vedere dei nipotini colmarne le pareti con urla e risa.
Soffermandomi dinanzi alla finestra spalancata, inspiro lasciandomi pervadere dalla fragranza delle robinie. Socchiudendo gli occhi, assaporo l’intensa dolcezza del polline associandolo al miele, alla vaniglia e al burro. Riaprendoli noto, appollaiata sui cavi dell’elettricità, una rondinella intenta a lisciarsi le piume. Resto immobile per non spaventarla. Lei sospende i movimenti del becco e garrisce impettita, seguendo con lo sguardo il volo delle compagne. Dei ricordi riemergono dal passato come bolle d’aria in uno stagno. Immagini accantonate in grado di ricondurmi, in pochi istanti, all’età dell’infanzia, ai giorni incantati d’inizio estate quando, ingenua, credevo che una rondinella danzasse per me.
Frequentavo allora l’ultimo anno di quella scuola che i nonni chiamavano asilo, i genitori scuola materna e le maestre scuola dell’infanzia. Nomi differenti a indicare un posto che, specie nella bella stagione, avrei volentieri evitato di frequentare. In quei giorni vivevo pienamente lo splendore della natura: le giornate andavano allungandosi, nei pomeriggi caldi giocavo in cortile con gli amici. Un evento, in particolar modo, stuzzicava il mio trepidante entusiasmo: nel portico attiguo alla mia casa, una coppia di rondini andava costruendo il proprio nido. Tutti i giorni, di ritorno da scuola, con la mente volavo a quelle rondini, a quando, scendendo alla fermata dello scuolabus, avrei trovavo mia madre ad attendermi e, datole un bacio veloce, sarei corsa a perdifiato sotto il portico ad osservare la coppia di uccellini.
Comprendendo quel rito, mia madre ne rispettava l’importanza e attendeva paziente, poco distante, che salutassi la rondinella intenta a covare. La testolina sporgeva dal nido, mentre il compagno s’avvicinava aggrappandosi alla parete esterna per porgerle del cibo. Affascinata da ogni loro movimento, la sera subissavo mio padre di domande sulle uova, la cova, i pulcini.
Il trascorrere dei giorni accresceva l’impazienza di vedere i piccoli dopo la schiusa delle uova, finché, un pomeriggio, la madre iniziò a lasciare il nido: brevi incursioni di volo in cerca di cibo. Viaggi instancabili, che andarono aumentando con l’accrescere dell’insaziabile appetito dei piccoli. Iniziai a udirne il pigolare. Incontenibile fu l’entusiasmo quando, incredula, potei scorgerne le testoline; il becco, quasi sproporzionato, di un giallo cromo che spiccava come un fiore di tarassaco fra il grigio del nido e il bruno delle vecchie travi. Gli occhietti brillavano come piccole gocce di rugiada al sole. Ogni qualvolta passavo sotto il portico, la rondinella sembrava salutarmi nel suo volo leggero e fluido, mentre mia madre, coinvolta nel rito, restava in disparte godendosi lo spettacolo che, forse, riaccendeva in lei memorie di maternità. Un giorno, disse che la rondinella, felice di vedermi, sembrava esibirsi in un balletto in mio onore e io, ingenua come può esserlo una bimba di cinque anni, volli crederle sentendomi onorata.
I giorni scorrevano felici, carichi di vitale energia, mentre cresceva l’impazienza di vedere i rondinini spiccare il primo volo. Immaginandoli, assieme alla madre, in un balletto acrobatico tutto per me.
 Un lunedì, però, scendendo dal bus notai negli occhi lucidi di mia madre uno sguardo di bruciante tristezza. Pensai che, dopo la visita alle rondini, le avrei chiesto spiegazioni. Cercai così di svicolare veloce verso il portico ma, con una brusca presa, le sue mani mi trattennero. Piegandosi sulle ginocchia per raggiungere la mia statura, mi tenne forte per le spalle e, fissandomi negli occhi, disse che era successo qualcosa di brutto alle mie rondini. Volsi lo sguardo al portico: vidi la rondine uscirne in volo per poi farvi subito rientro. Confusa, non capii cosa intendesse dire. Divincolandomi dalla presa, che nel frattempo s’era allentata, corsi più che potei ai piedi del nido. Di questi, però, non rimaneva che qualche frammento ancorato alla trave, mentre dei piccoli nessuna traccia, se non il disperato affanno della rondinella che, garrendo in continuazione, si sospendeva in volo davanti all’assenza.
La disperazione vibrante in quell’inconsolabile richiamo, l’ostinata insistenza nel cercare i figli spariti nel nulla mi trafisse l’anima. Immaginai il suo piccolo cuore pulsare con la stessa frenetica velocità del battere d’ali; vidi i disperati occhi brillare, frugando nello spazio, cercando un segno della vita dei suoi piccoli. Il sangue mi si raggelò nelle vene. Attonita, rimasi a fissare un sogno svanire nel nulla.
Avvampando, scoppiai in un pianto incontenibile. Lacrime irrefrenabili, dettate da un dolore viscerale. Piansi come non avevo fatto mai, mentre un nodo alla gola m’impediva di respirare. Voltandomi, cercai la figura di mia madre, che mi venne incontro per abbracciarmi. Furono la forza e il calore con cui mi strinse a calmarmi. Il pianto sciamò in piccoli singhiozzi, lenito dalla sua voce. Fissandone lo sguardo, notai il rossore negli occhi provocato da lacrime trattenute. Accarezzandomi i capelli, mi diede un bacio sulla fronte, infondendomi un calore che dissipò il freddo della disperazione. Mi strinsi nelle sue braccia protettrici, rannicchiandomi come un pulcino nel proprio guscio.    
 Tempo dopo scoprii che erano stati dei miei coetanei a distruggere il nido. Li detestai per questo, come odiai la loro cieca e inutile violenza. Non seppi mai il motivo di quel gesto, se dettato da pura crudeltà, sterile idiozia o invidia nei miei riguardi: gelosi di quella rondine che danzava per me.
 Un’improvvisa folata di vento mi riporta al presente; la rondine, ancora appollaiata sul filo, mi scruta per un istante, spiccando poi il volo. La malinconia mi avvolge; lacrime sommesse, ma incontenibili.
Entrata in camera, mia madre s’avvicina senza proferire parola: conosce l’importanza dei silenzi. Leggendomi come fossi un libro aperto, mi stringe a sé, con la comprensione, l’amore e la condivisione del dolore che solo una madre sa trasmettere. Braccia che mi hanno protetta e cullata; mani che hanno asciugato lacrime, accarezzato e curato ferite, celato lo splendido sorriso dinanzi ai miei strafalcioni. La voce dolce con cui ha letto favole o insegnato ad assaporare il sale della vita; che mi ha rimproverato, ma anche colmato di gioia con lusinghe e apprezzamenti. Mi sciolgo ora nel suo calore, la forza e il senso di protezione profuso dalla maternità che il destino, purtroppo, non mi ha concesso di vivere.
Stringendomi a lei, trovo il coraggio di vincere uno stupido pudore, sussurrandole a fil di voce: “Ti voglio bene”.  


Di Pierangelo Colombo, edito nella raccolta: Prospettive, (2017) 

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